lunedì 31 dicembre 2012

Lui non è qui: "Radio libera Albemuth"


Pensate ad un libro che avete letto. Pensate alla trama, allo svolgimento, al finale. Quasi sicuramente potreste descrivere queste fasi, e potreste anche fare una serie di considerazioni piuttosto precise su quale fosse l'intenzione che voleva comunicare lo scrittore, il messaggio del libro, quale il ruolo esatto del protagonista. Leggere un romanzo di Philip Dick rappresenta la disposizione d'animo a rinunciare in parte o completamente a queste certezze per lasciarsi andare ad un flusso di eventi che può prendere qualunque direzione, anche più di una per volta, in cui diverse realtà possono sovrapporsi, contrastarsi ed annullarsi. I suoi personaggi possono essere sempre smentiti, e da profeti diventare in un istante dei pazzi scatenati la cui immaginazione è dilagata oltre confini controllabili. Oppure possono sdoppiarsi, o rimanere semplicemente dei nomi, senza faccia e senza corpo.

Nick Brady, commesso di un negozio di dischi in una città universitaria è tormentato da visioni misteriose e sogni. Per cercare di darvi una spiegazione si rivolge all'amico Philip Dick (proprio lui!), il quale ha un punto di vista decisamente razionale e realistico. Man mano che le visioni prendono letteralmente possesso della vita di Brady e s'intrecciano con le vicende politiche degli Stati Uniti, caduti nelle mani di Ferris Freemont (un dittatore regolarmente eletto che viene identificato dai più con Richard Nixon, detestato da Dick), le ipotesi sulla loro natura si moltiplicano, vengono in parte confermate e in parte smentite, nuove teorie si aggiungono in continuazione, e le naturali inclinazioni dei protagonisti si esasperano, mentre Nick viene trascinato dal misticismo, Philip cerca disperatamente di tenere i piedi per terra e sé stesso e l'amico fuori dai guai.

Questo romanzo è in realtà la stesura originale del libro che venne pubblicato nel 1978 col titolo di “Valis” e che introduce la cosiddetta “Trilogia di Valis”; la vicenda autobiografica da cui prende spunto, è sicuramente nota ai fan dello scrittore, e tuttavia per chi non la conosce è sorprendente: le visioni descritte da Brady, e molte delle cose che gli accadono sono state vissute dallo stesso Dick nel 1974, durante un'esperienza che lo convinse -come accade allo stesso Nick - di stare vivendo una doppia vita, nel presente come scrittore, e nel passato come cristiano perseguitato dai romani. Queste due realtà si alternano continuamente all'interno della narrazione e generano i due personaggi principali, che altro non sono se non due aspetti della personalità dell'autore, diviso tra una visione mistica e fatalista ed una razionale e atea.
A tenerle insieme è lo scopo ultimo di sconfiggere Ferris Fremont: di lui si parla per tutto il libro, se ne racconta la storia e le azioni, e tuttavia egli non compare mai se non appunto attraverso le parole degli altri personaggi: una specie di inesistente eppure potente Mago di Oz, rappresentato e incarnato dalle proprie spie, senza sostanza e senza meriti. Ancora una volta la realtà si sdoppia e gli Stati Uniti del racconto sono l'emanazione, il riflesso di quelli governati da Nixon. L'atmosfera s'incupisce progressivamente, si percepisce con chiarezza la crescente disperazione; per sconfiggere il comunismo vengono utilizzati gli stessi mezzi di delazione e spionaggio conosciuti ed applicati dal KGB o dalla Stasi, e la teoria che ne ricava Dick sulla guerra fredda è geniale e facilmente applicabile ai conflitti contemporanei che vedono coinvolti Oriente e Occidente.
Trasportati nel tempo e nello spazio fisico e psichico, i lettori sono esposti a un flusso continuo di visioni, spiegazioni, smentite, nuove teorie, e fatti che disorientano e fanno dubitare fino all'ultimo su quale sia la vera realtà.

L'avventura di Nick e Philip ha un termine, ma non ci restituisce neanche la certezza della sconfitta. Dick ha saputo realizzare perfettamente il dubbio perenne tra vero e falso, la sensazione di non
appartenere completamente al mondo che abbiamo sotto gli occhi (come già fece Lovecraft), oltrepassando continuamente il confine tra illusione e possibile verità, che in questo romanzo diventa anche una questione di ricerca personale e misticismo, un tema che inevitabilmente
coinvolge nel profondo i suoi lettori. Ad un livello più concreto, è stato in grado di descrivere nella sua contemporaneità situazioni sovrapponibili al nostro presente, non solo come semplici fatti, ma anche come ideologie e pensiero.

Mi chiedo, dato quello che “Radio Libera Albemuth” rappresenta sia a livello letterario che personale per lo scrittore, se per chi come me abbia letto poco di lui non sia meglio passare prima di questo ad altri romanzi, magari proprio quelli che lo stesso Philip Dick cita in questo: “La svastica sul sole”, “Le tre stigmate di Palmer Eldrich” e “Scorrete lacrime, disse il poliziotto”. La lettura è comunque ricca e appassionante, ma forse con un minimo di preparazione ce la si gode di più.

(Philip K.Dick "Radio Libera Albemuth" 2007 Fanucci Editore)



giovedì 27 dicembre 2012

Beata Solitudine: Jonathan Franzen, "Come Stare Soli"


Dopo la folgorante esperienza di “Le correzioni”, invece di leggere subito il romanzo seguente di Jonathan Franzen (“Libertà”), sono stata attratta dal titolo di questa raccolta di articoli e saggi degli anni '90. Tema portante è l'evoluzione della società americana degli ultimi decenni e la crescente difficoltà che incontra l'individuo a stare nel mondo mantenendo la propria unicità negli spazi personali sempre più limitati concessi dalla globalizzazione.
Intellettuale, colto ma non spocchioso, Franzen analizza lucidamente una serie di esperienze personali che si collegano ai fenomeni generalizzati del mutamento dei costumi e della cultura di massa. Dal morbo di Alzheimer (malattia che colpì il padre) al vizio del fumo, dall'occasione (mancata) di entrare nell'Ophra Winfrey's Book Club, alle conseguenze inaspettate della costruzione di un carcere di massima sicurezza in una zona desolata e semi abbandonata, lo scrittore ricerca a partire da sè gli effetti delle politiche e dei comportamenti della massa e viceversa, in un continuo rimando dal singolare al plurale che sottolinea quanto ognuno di noi sia -volente o nolente- connesso con l'esterno.

Noi tutti viviamo assediati dall'invadenza di giornali e televisione, immersi nella cacofonia mediatica e trascinati in un delirio tecnologico a basso prezzo che serve a tenerci occupati mentre la cultura perde valore e con essa il miglioramento personale. La diffidenza di Franzen verso ciò che la maggior parte della società ha ormai assimilato non è snobismo intellettuale, ma vero disagio (tipico probabilmente delle generazioni che hanno assistito alla digitalizzazione globale) verso un mondo in costante accelerazione in cui la cultura viene somministrata agli utenti in maniera sempre più approssimativa, con un vantaggio del mezzo e della forma di diffusione a discapito della sostanza dell'informazione.
Questo processo porta all'omogenizzazione dei modi e dei desideri e rende l'essere sé stessi un'impresa difficile: le alternative al mainstream sono sempre meno, la formazione delle persone e le possibilità di deviazioni dalla strada segnata più limitate. L'impoverimento personale del singolo, l'appiattimento che ne deriva, si riflette direttamente sulla letteratura contemporanea, che si trova sempre più a corto di personaggi interessanti e situazioni articolate.
L'unica via di scampo sembra trovarsi nella letteratura e in quello stare soli, nella dilatazione dei tempi che comportano il leggere e lo scrivere, ma anche nel non farsi inghiottire dalla tecnologia e dall'illusione che possa risolvere ogni cosa, e nel non vergognarci di sentirci fuori posto, coltivando anzi il nostro senso critico e la capacità di riconoscere quello che ci piace o non ci piace.

Jonathan Franzen è un osservatore acuto e sincero, che accompagna il lettore con una scrittura che rende piacevoli anche i passaggi più complessi della sua indagine: è confortante rendersi conto di condividere con lui un certo pessimismo e più di un dubbio sul modo in cui stanno cambiando la società e la cultura. Un libro estremamente gradevole anche per chi, come la sottoscritta, non è abituato a leggere saggi, che aiuta ad essere più consapevoli del mondo che ci circonda.

(Jonathan Franzen “Come stare soli” 2003 Einaudi)







mercoledì 26 dicembre 2012

Natale tra le pagine

I libri accompagnano le situazioni e gli stati d'animo del momento in cui li leggiamo. Assecondano le emozioni e la nostra struttura di pensiero. Una volta, quand'ero molto più giovane e molto depressa leggevo "Dalia Nera" di James Ellroy la Vigilia di Natale. Lo scorso anno ero alle battute finali de "Le Correzioni" di Jonathan Franzen e nel 2012, con diverse recensioni arretrate a causa del lavoro e il desiderio di storie che siano prima di tutto (ma non solo) questo, storie, balle, racconti, mi sto cimentando con "Il Giorno dei Trifidi" di John Wyndham. Per dire, non avrei potuto mai leggere in questi giorni un romanzo di Dick, che oltre al pessimismo cosmico (di cui abbondo) è sicuramente troppo complesso da seguire nei suoi meandri di pensiero in questi giorni di visite parentali, tensione lavorativa che scende lasciando il campo alla rilassatezza mentale, e grandi dormite ristoratrici.
Avrei voglia di chiudermi in casa con le mie pile di libri, e concentrarmi solo sulla lettura e sulla scrittura, ma non è ancora il momento.
Passando ad altro ma rimanendo in tema, quest'anno a Natale non ho regalato molti libri, forse perchè non avevo tempo per sceglierli e ho così preferito regalare solo titoli sicuri, per un motivo o per l'altro. Eccoli:
-"Ritratto di Famiglia con Superpoteri" di Steven Amsterdam, ISBN Edizioni, destinato a Ciambella, che ha la fissa dei Super Eroi;
-"La Ragazza dai Capelli Strani" di David Foster Wallace, edito da Minimum Fax, per la cuginetta che era curiosa di conoscerlo (in bocca al lupo, cara!);
-"Proprietà Privata", racconti di Richard Yates, sempre Minimum Fax, per l'amica a cui devo la scoperta di Agotha Kristoff...
-"L'arte della Scrittura" di Robert Louis Stevenson, editore Mattioli, un manualetto per ispirare chi ha voglia di scrivere.

Io di libri in regalo ne ho ricevuto solo uno, che però promette bene, visto che si tratta di una raccolta di
Mc Sweeney (sì, lo so, il "Best of Mc Sweeney" che ho recensito poco tempo fa non mi aveva entusiasmato, tuttavia il nome rimane una garanzia), anche perchè tra le autrici ci sono A.M. Homes e Zadie Smith.

In attesa della Befana, che di solito porta molti libri, ci auguro Buone Letture delle vacanze, e un 2013 pieno di bei libri e tanta scrittura. E se qualcuno vuole lasciare nei commenti i titoli di qualche libro ricevuto in regalo...è il benvenuto.






domenica 9 dicembre 2012

Salone del libro usato 2012

Se oggi avete tempo, fate un salto al Salone del Libro usato di Milano, che come ogni anno bancarelle di libri usati, una vera pacchia. Io non ce la faccio, troppo da fare...Andateci anche per me.

mercoledì 21 novembre 2012

Bookcity 2012, un successo!

Lo scorso fine settimana si è svolta la prima edizione di Bookcity Milano, una manifestazione dedicata ai libri. Presentazioni, letture, spettacoli, flash mob, centinaia di iniziative dedicate a piccoli e grandi lettori, che ha attirato una gran quantità di pubblico.
La caratteristica più importante è stata secondo me la capillarità con cui le attività si sono distribuite sul territorio. Infatti, accanto al Castello Sforzesco ed ai grandi teatri milanesi (Il teatro Strehler, il Carcano etc.) sono state coinvolte biblioteche rionali, centri culturali, librerie, distribuiti in tutti gli angoli, anche i più remoti, della città. Non è stato necessario andare in centro per approfittare della festa, è arrivata lei dappertutto.
Tra gli ospiti più illustri ricordo Salman Rushdie, Lùis Sepulveda, e poi Marco Travaglio e Philipe Daverio.
Personalmente ho partecipato come volontaria, traducendo in Lingua dei Segni, insieme ad altre ragazze, alcuni incontri. Un'esperienza bellissima anche se ci è voluta preparazione e -lo ammetto- mi sono scelta interventi complessi: Travaglio, Daverio e Sgarbi.
Tutti e tre difficili da trasmettere, ecco un paio di riflessioni sulle tre esperienze:
Marco Travaglio, lo dico subito, è bello in tv e bello dal vero. Glaciale, a volte un pò contorto, non ha in realtà promosso più di tanto il suo libro "L'illusionista", ma piuttosto riassunto per sommi capi le figure di Bossi, Formigoni e Maroni. Ci sono stati momenti veramente divertenti, soprattutto quando parlava del secondo (e meno male che non traducevo io, sarei scoppiata a ridere) e rispondendo alle domande del pubblico ha dato la sua opinione rispetto ai recenti servizi giornalistici che hanno individuato le debolezze di Di Pietro e del suo partito. E'stato evidente una volta di più che Travaglio lavora sulla memoria, punto debole degli italiani. Ci trovavamo sul palco del Teatro Strehler, con un finto tappeto di foglie e una gigantesca statua funeraria, elementi della scenografici dello spettacolo attualmente in scena, ma che hanno dato un tocco lugubre alla discussione.
Siccome ho avuto qualche difficoltà a tradurre Travaglio, ho passato il pomeriggio a prepararmi per fare bella figura con Philippe Daverio, ho guardato e tradotto nel mio salotto diversi filmati.                             Già tre quarti d'ora prima del suo intervento, Villa Necchi Campiglio era presa d'assalto dai suoi fan e molti se ne sono andati arrabbiatissimi perchè i posti erano esauriti. Chi l'avrebbe detto...Personalmente trovo che Daverio sia un grande divulgatore, che riesce a rendere appetibile la materia senza mai scendere di livello. Infatti, non rinuncia mai al suo linguaggio decisamente "alto" rispetto alla povertà televisiva, ma si autodefinisce (con un pizzico di vanità forse) un semplice "curioso" e dichiara di guardare alla storia come ad un lungo pettegolezzo. Inoltre si è fatto promotore del patrimonio artistico italiano, denunciando l'incuria di cui è vittima. Tradurlo non è stato facile, ma almeno l'intervento non è stato molto lungo e comunque...Un grande onore!
Mi sono tanto divertita sabato, che domenica ho deciso d'imbucarmi in un altro incontro che ha attirato un sacco di gente. Vittorio Sgarbi presentava il suo nuovo libro. Devo confidarvi che tutti attendevamo con ansia quest'evento, ci aspettavamo che partisse prima o poi una salva di "Capra!Capra!Capra!" come abbiamo visto a Blob. L'impressione che ho avuto è stata comunque che, se a vedere Daverio sono andate persone appassionate d'arte, a vedere Sgarbi si sono recati gli appassionati di Sgarbi. Il suo intervento infatti, pur partendo dall'argomento del libro (la rappresentazione della Natività nella pittura), è sfociato in una serie di lagnanze sulla sua trasmissione che la Rai ha sospeso dopo appena una puntata, e sui meriti che la precedente gestione del Comune di Milano aveva avuto dandogli fondi per la sua iniziativa Officina Milano. A livello di traduzione è stato abbastanza complesso, soprattutto perchè parlava velocissimo e le sue considerazioni sfociavano in considerazioni inaspettate.
Alla fine dell'incontro, Sgarbi si è fermato a firmare copie del suo libro e a far fotografie con i suoi fan, è rimasto a lungo e infine s'è allontanato, insieme a un codazzo di ammiratrici in età.

E' stata proprio una bella esperienza, spero di ripeterla il prossimo anno.
Bookcity ha portato i libri in tutta la città, ha avvicinato potenziali lettori e (speriamo) dissolto quella snobberia che a volte aleggia sulla cultura del libro.
Nel sito trovate il resoconto filmato dei tre giorni di Bookcity Milano 2012

mercoledì 24 ottobre 2012

Bookcity Milano

Mi è arrivato un invito a partecipare come volontaria a Bookcity Milano, una manifestazione tutta dedicata ai libri che si svolgerà al Castello Sforzesco. La cosa interessante è che tutti possono creare un evento per questa manifestazione. Perciò, se avete qualche idea nuova e divertente...fatevi avanti!!!

domenica 21 ottobre 2012

Happy Families: Herman Koch "La Cena"

Diego Velasquez "Tre uomini a tavola"
Dopo la scoperta di Agotha Kristoff, ecco un altro libro di un autore europeo, olandese per essere precisi.  E anche in questo caso sono inghiottita, stupita dalla lettura: sarà perchè -pur leggendo molta letteratura americana ed anglosassone- riconosco in queste pagine qualcosa di profondamente sovversivo nel quale credo un autore d'oltreoceano, per quanto critico, cinico e ribelle difficilmente riuscirebbe a identificarsi. Pur trattandosi di personaggi che potrebbero essere di qualunque nazionalità, il modo in cui Koch scrive e conduce il gioco è decisamente europeo.

Due fratelli con le rispettive mogli cenano in un locale di lusso. Anche se discutono di altro sanno che il motivo del loro incontro non è il semplice piacere di mangiare insieme. I loro figli, due ragazzi di quindici anni, hanno commesso un delitto e grazie alle immagini di una telecamera di sorveglianza potrebbero essere identificati molto presto.
Legittimo aspettarsi da questa trama che la storia analizzi lo shock di genitori che scoprono dietro ai volti d'angelo dei loro figli  dei sadici violenti, la ricerca febbrile nel passato della famiglia del momento in cui i loro piccoli si sono trasformati in assassini, la ricomposizione di un dolore di cui si riterranno per sempre responsabili. Invece, almeno inizialmente, Koch sembra concentrarsi soprattutto sul rapporto tra i due fratelli Lohman, il politico di successo e l'insegnante di scuola, l'uomo che sarà presto primo ministro olandese, e quello affetto da un disturbo che lo costringe a smettere di lavorare. C'è una rivalità mai espressa tra i due, una sofferenza, una separazione incolmabile. Paul, l'insegnante, voce narrante, racconta di sè, dell'amore per la vita semplice e per la famiglia, in continuo, crudele parallelo col fratello che gli appare rozzo, un pò stupido, ma -incredibilimente- di grande successo.
Poi, la scoperta di filmini di violenze perpetrate dal figlio e dal cugino ai danni di un barbone, la trasmissione televisiva in cui vede le immagini dell'omicidio che ha commesso il suo Michel, i ricordi di quando era piccolo, il modo in cui cammina.

Molto, molto lentamente emerge da questi ricordi un'immagine mostruosa che si sovrappone e si sostituisce come in una dissolvenza incrociata a quella della famiglia felice ed innocente, delle persone perbene che non si capacitano dell'orrore di cui i figli si sono macchiati. I figli, sono loro la cosa più importante, il simbolo irrinunciabile di quella perfezione apparente della vita borghese, ciò per cui è lecito sacrificare ogni cosa, l'onestà, la pietà, per amore dei quali ogni gesto, anche il più raccapricciante, diventa normale, giustificabile. Così gli equilibri si ribaltano, le vittime diventano colpevoli di quanto è loro capitato e chi è disposto ad accettare il corso della giustizia si trasforma in un nemico da combattere.

Lo scrittore crea due piani paralleli: indaga la sfera personale, cerca di rappresentare il bisogno dell'uomo di proteggere la famiglia, l'istinto primario della conservazione della specie, e lo spinge all'estremo, mentre denuda attraverso una storia agghiacciante la borghesia (anche, soprattutto la borghesia progressista)che si ritiene intoccabile (a me non può capitare) diversa, superiore, autoprotettiva e auto-giustificativa, non disposta a rinunciare in ogni caso al proprio status. Una dimensione nutre l'altra, si completano, si nutrono a vicenda. La violenza dei figli è dunque quella di chi sa di farla franca, che nasce come una stupida bravata e diventerà consapevolezza di essere diversi, migliori.
La conclusione è desolante e lascia molto amaro in bocca, siamo circondati da mostri dall'aria rispettabile, probabilmente lo siamo noi stessi. Anche se l'apparenza può ingannare, quello di cui siamo capaci prima o poi viene si mostrerà, basta aspettare l'evento che innescherà la reazione a catena e dissolverà la finzione scoprendo il nostro vero volto.
E non solo chiudiamo il libro senza esserci fatto amico nessuno dei personaggi, ne siamo terrorizzati.

(Herman Koch "La Cena" 2010 Neri Pozza Editore)








mercoledì 17 ottobre 2012

Citazione del giorno

"Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma, quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perchè gliene manca il coraggio. La via per la disperazione è rifiutare ogni tipo di esperienza, e il romanzo è senz'altro un modo di fare esperienza"
Flannery O'Connor

venerdì 28 settembre 2012

Ultracorpi: Miranda July "No One Belongs Here More Than You"

Miranda July in una foto che cita un quadro di Edward Hopper

Qualche anno fa mia sorella Ciambella si guadagnò una pessima fama nel campo della critica cinematografica esprimendo il suo entusiasmo per “Me and You and Everyone We Know”, una bislacca ed inconcludente pellicola che io, Speck ed il Pizza trovammo demenziale, con buona pace del premi vinti al Sundance Festival e a Cannes nel 2005.
L'idea che sembrava pervadere il film era quella di stupire il pubblico mostrando una serie di tipi umani fuori dai canoni (tendenza abbastanza diffusa nel cinema indipendente), un bizzarro freak show senza alcuno spessore.

Ho acquistato questo libro attirata dalla sua copertina rosa e gialla, senza immagini, e dal frammento di un racconto (“Something that needs nothing”) letto in libreria.
Quando ho iniziato a leggerlo mi sono tornate in mente le parole di Dave Eggers nell'introduzione a “Baci da 100 dollari “di Kurt Vonnegut (recensito qui) e mi sono detta che è vero, gli scrittori di racconti hanno assunto una posizione contemplativa, i personaggi sono passivi e si limitano a riportare le situazioni che vivono, non vi portano cambiamento. E nel frattempo provavo la fastidiosa sensazione di trovarmi di fronte a qualcuno che voleva per forza stupirmi, farmi dire “che straaanooo!”
Un'opera di Miranda July esposta alla Biennale di Venezia del 2009
Che abbia tratto ispirazione da Kurt Vonnegut?

Ma devo ammettere che ben prima di raggiungere la metà del volume ho cominciato a cambiare idea. I racconti di Miranda July sono -è vero- calati in situazioni estreme, in un mondo sospeso in un'atmosfera tra sogno, sbronza e delirio che attira e al tempo stesso intimorisce il lettore, affascinato e a volte turbato dalla stranezza. Ma (tranne che in un paio di casi) non sono superficiali, non sono semplice sfoggio di una fantasia particolarmente fertile. Al contrario, si tratta spesso confessioni a mezza voce di ossessioni, ricordi e perversioni abilmente dissimulate nella vita di tutti i giorni, storie a volte umilianti, altre semplicemente strane, in cui i personaggi fantasticano, ricordano, progettano, a volte si fanno trascinare, ma non sono quasi mai passivi.
La scrittrice è un'entità aliena che prende possesso di corpi di sconosciuti scelti a caso e li accompagna per un po', studiandoli, vivendo nella loro pelle, scoprendo i loro più intimi segreti e cercando di dargli un senso. Crede nel caso, nel destino e nell'incontro fortuito, come se ognuno fosse toccato da qualcosa di straordinario e del tutto accidentale.
Non c'è forse un coinvolgimento palese, una pietas, paragonabili a quelli di altri scrittori che riescono a trasmettere in modo immediato la solitudine dei loro personaggi, Miranda July senbra a volte un'antropologa che studia la materia umana. Tuttavia, soprattutto nei racconti più lunghi, non si resta indifferenti alle vicende delle protagoniste-ad esempio- di “It was romance” o del già citato “Something that needs nothing” o di “How to tell stories to children”, donne alla deriva che si sottomettono, si abbandonano al destino, vittime di amori inconsolabili; né alla cronaca di una separazione della coppia di “Mon Plaisir” o all'annullamento paranoico dell'identità di “This Person”.
Alcuni di questi racconti potrebbero trovare degno sviluppo in un romanzo, altri, ad esempio “I Kiss a door” o “Birthmark” sono brevi note che lasciano un piccolo segno e costringono ad osservare le cose che ci circondano da un altro punto di vista.
Miranda July è insomma migliore come scrittrice che come cineasta: è lei infatti la regista e sceneggiatrice del famigerato “Me and You and Everyone We Know”!!!, ma contrariamente al linguaggio cinematografico la pagina scritta sembra obbligarla ad una riflessione che va oltre il comportamento bizzarro, ne cerca i motivi profondi. O forse, attraverso la scrittura riesce a rendere meglio il senso della casualità, e le conseguenze di sentimenti a volte devastanti.

Scorrendo il suo divertente sito www.mirandajuly.com  che oltre a scrivere è anche performance artist e scultrice, si scopre poi che ha pubblicato diversi altri libri e che questo titolo è già tradotto in Italia da Feltrinelli col titolo di “Tu più di chiunque altro”.

(Miranda July “No One Belongs Here More Than You” 2007, Cannongate)







domenica 16 settembre 2012

Citazione Ispirazione del giorno

"But because there was no gun,I walked over to Caitlin's desk. I looked into the circle of her face and said please step into the hallway. It was difficult to shape air so precisely, into those exact sounds."

Foto di Henry Cartier Bresson
(da "Making Love in 2003" contenuto in "No one belongs here more than you" di Miranda July, 2007 Canongate)

giovedì 13 settembre 2012

Citazione Ispirazione del giorno

Ho iniziato da meno di una settimana e già ho dubbi su questa rubrica:
primo, perchè il Pizza, mio lettore e recensore ha espresso dubbi sulla bontà e l'interesse che può suscitare quest'operazione, e a giudicare dalla quantità degli accessi forse ha ragione;
secondo, perchè pensavo di pescare frasi un pò più interessanti;
terzo, perchè forse tutti i giorni è un pò troppo.
Ci penserò, magari cambierò la veste nei prossimi giorni.
Nel frattempo ecco la citazione di oggi:

"-Michel, qui non stiamo parlando di una festa- ho detto più in fretta e a voce più alta di quanto avrei voluto. -Si tratta del tuo futuro.
Che parola astratta, futuro."

(Herman Koch "La cena" 2010 Neri Pozza Editore)

mercoledì 12 settembre 2012

Citazione Ispirazione del giorno

"Dickie si fermò in mezzo alla strada e lo guardò negli occhi. Stavano discutendo a voce talmente alta che alcune persone intorno a loro si fermarono per guardare la scena:
-Avrebbe potuto essere divertente,- proseguì Tom. -Non come l'hai presa tu però. Soltanto un mese fa, quando siamo andati a Roma, avresti pensato che un'avventura simile era molto divertente.-"

(Patricia Highsmith "Il Talento di Mr Ripley" 2012 Bompiani)

martedì 11 settembre 2012

Citazione Ispirazione del giorno


"A Masta vado sempre volentieri. A parte lo splendore della città, la gente è cordiale e gentile come da nessun'altra parte ho trovato.
Arrivai in aereo a Masta il sabato sera. Trovai, come mi aveva detto Ceriello, l'appartamento in ordine perfetto."

(Dino Buzzati "L'influsso degli astri" da "Le notti difficili", 2006 Mondadori)

lunedì 10 settembre 2012

Citazione Ispirazione del giorno



   "In natura, troppo spesso si sottovaluta la potenza della zucca."

(Fred Vargas, "Parti in fretta e non tornare" 2004 Einaudi)

domenica 9 settembre 2012

Per amore degli animali: Sholem Aleykhem "Storie di uomini e animali"

Gli animali ricorrono spesso in letteratura come metafore dell'uomo: a partire da Esopo, per arrivare a George Orwell e Richard Adams, gli scrittori hanno guardato il mondo umano e l'hanno stigmatizzato attraverso le creature sorelle che popolano la natura, evidenziandone i vizi, (più raramente) le virtù ed i comportamenti. Per fare questo hanno messo da parte la dote fondamentale che distingue l'animale dall'uomo, cioè l'innocenza.
In questo libro di Sholem Aleykem le parti sono ristabilite e gli animali tornano ad essere a tutti gli effetti loro stessi e -purtroppo, come succede nel mondo reale- vittime dell'uomo.

Henry Rousseau "Il pasto dei leoni"
Che sia per celebrare una festa religiosa o semplicemente per la cattiveria che muove il forte a torturare chi appare più debole, polli e galline, carpe, cavalli, cani subiscono le conseguenze dell'ansia degli umani di festeggiare, di dare sollievo alla propria miseria quotidiana, di celebrare Dio, e poco male se così facendo trascurano il Precetto del Talmud "Pietà per gli esseri viventi".

In questi brevi racconti asciutti e privi di sbavature sentimentali l'uomo appare come un essere privo di considerazione per chi non può imporre con la violenza la proprià volontà ed il proprio diritto a vivere. Ed ecco allora i polli rivoltarsi contro le pratiche delle kapures che li sottopongono ad una morte lenta e dolorosissima, creature catturate nel buio e trasportate verso il sacrificio delle quali non conosciamo nemmeno l'identità, potrebbero essere un uomo e una donna o parimenti due animali.
Ancora, un cane ebreo, che per sfortuna ricorda "Il cane che aveva visto Dio" di Buzzati, ma ancora più infelice, perchè incapace della spietatezza cui chi lo circonda è avvezzo, e quindi è destinato a soccombere. Seppure i suoi fratelli cani lo scacciano, per avere il pasto di avanzi del macellaio tutto per loro, il lupo ha pietà di lui e la crudeltà gratuita è sempre qualcosa di squisitamente umano.

Solo un bambino si salva in questo quadro scoraggiante, l'unico che ricordi il Precetto, l'unico in grado di piangere per la sorte di tutte le creature, mentre gli adulti intorno a lui lo deridono e cercano di dimenticare tutto, di annegare il dolore delle persecuzioni, della povertà e della solitudine nella festa.

L'autore guarda tutti i suoi personaggi, animali e uomini, con una sorta di pietà universale, e se prende sicuramente le parti dei deboli, delle vittime, non dimentica cosa fa i loro carnefici tanto efferati.
Questo piccolo libro è in realtà un potente richiamo al rispetto della vita in qualunque forma si presenti ed alla gentilezza, qualcosa di cui sentiamo sempre più disperatamente la mancanza.

(Sholem Aleykhem "Storie di uomini e animali" 2007 Adelphi)

Citazione Ispirazione del giorno

"E' morto" disse Miss Hostetter "morto, dietro i barili."
Amy cominciò a camminare senza direzione, strascicando i passi, per la stanza, e si fermò quando fu più lontano che poteva da Miss Hostetter. "Morto?"
"Stecchito" disse Miss Hostetter.
"Non parli di lui così!" disse la mia futura sposa.
"Ma è proprio così" disse Miss Hostetter. "E comunque, non credo avresti avuto il coraggio di fare niente."

(Tratto da "La Riserva delle Ragazze", racconto incluso in "Baci da 100" Dollari di Kurt Vonnegut,  ISBN edizioni)

sabato 8 settembre 2012

Citazione Ispirazione del giorno

"Quanto a Mr Forbes, dopo il suo inqualificabile comportamento al matrimonio non la passò più liscia: dovette trascorrere diversi mesi in esilio più o meno permanente nel capanno del giardino."

(Alan Bennet "Due storie sporche" 2011 Adelphi editore, traduzione di Mariagrazia Gini)

venerdì 7 settembre 2012

El Principe Picinin

Ho la casa piena di copie de "Il piccolo principe" in almeno quattro lingue diverse. Ma in dialetto veneto ancora non l'avevo visto.
Questo volume è edito da Edition Tintenfass, una casa editrice di lingua tedesca che ha nel suo catalogo di letteratura per bambini anche la versione in dialetto milanese del libro di Saint Euxpery nonchè "Pierino Porcospino" e "Max e Moritz", classici piuttosto dark.
Per autentici fanatici...

Citazione ispirazione del giorno

Funziona così: tutti i giorni apro un libro e leggo la prima frase che mi capita sotto gli occhi. Poi la riporto nel blog, e forse a qualcuno sarà d'ispirazione.
Iniziamo oggi, con uno dei miei autori preferiti, Mark Twain, e l'immenso Huckleberry Finn:

"Noi naturalmente muti, e ce la diamo a gambe, e via come saette. Allora si odono passi di corsa, una serie di spari, e le pallottole ci fischiano tutte in giro. Ce le sentiamo fischiare proprio vicine. Poi li udiamo urlare:
-Sono qui, sono qui! Sono diretti verso il fiume! Sotto, ragazzi, e sguinzagliate i cani!"

(dall'edizione Einaudi, traduzione di Enzo Giachino)

martedì 4 settembre 2012

Rinnoviamo le Sirene?

Devo dire che sono soddisfatta del mio blog...almeno esteticamente non lo cambierei. Vorrei però qualche suggerimento da parte di voi lettori, vorreste qualcosa di diverso? Articoli di altro tipo oltre alle recensioni? Forza, non siate timidi e lasciate i vostri suggerimenti nel modulo commenti!

domenica 2 settembre 2012

Vonnegut prima di Vonnegut: "Baci da 100 dollari"

Jackson Pollock "Number 8"

Quando un grande (o grandissimo in questo caso) scrittore muore, in genere succedono due cose: la prima è che vengono ripubblicati tutti i suoi libri in modo che chi non lo conosce possa scoprirlo; la seconda è che gli eredi dell'artista frugano nei suoi cassetti e ne traggono una serie di inediti che vengono dati alle stampe fidando che la rinnovata celebrità del caro estinto li farà vendere. Anche se entrambe queste cose sono successe (in modo molto discreto e rispettoso, per la verità) per Kurt Vonnegut, “Baci da 100 dollari” non appartiene a nessuna delle categorie di cui sopra.
Si tratta infatti di una raccolta di racconti pubblicati da riviste Americane come Collier's, Ladies' Home Journal e The Saturday Evening Post negli anni del dopo guerra. Una specie di prequel a quella che sarebbe stata una delle opere più sconvolgenti e meravigliose della letteratura contemporanea.

Prima di frantumare il tempo e riuscire ad elaborare (senza poterlo mai esaurire, ahimè) il dolore della guerra, prima di Tralfamadore, e degli Infundibuli Cronosinclastici, prima di tessere trame sconcertanti e diventare un simbolo della controcultura Kurt Vonnegut scriveva racconti divertenti, tristi, popolati di personaggi bislacchi ed illuminati da una luce dolce e stramba.
Ci sono scienziati che vivono insieme a frigoriferi robot, vedove di guerra, vecchi dalla pronuncia scorretta, colleghi burloni e così via, persone che affrontano il mondo e le cose che accadono loro e che in molti casi avranno la vita cambiata dalle proprie azioni.
Storie limpide e senza trucchi o trabocchetti nel finale (una tecnica abbastanza diffusa nei racconti brevi), in cui prevale la curiosità per le reazioni umane, e per il “come va a finire”. E si srotolano quasi con dolcezza, anche quando affrontano argomenti dolorosi e creano tensioni a cui è difficile non partecipare. In “Ruth” ad esempio, una giovane donna, incinta, che ha appena perso il marito, si trova ad affrontare una suocera morbosa che vive nel ricordo del figlio e vuole perpetuarlo a modo suo; “La voce del denaro” e “Gli imbroglioni” pongono questioni morali a cui lo scrittore dà una risposta ottimista e fiduciosa nell'uomo.
Non tutto va liscio, ed a volte l'esito delude, come in “Tango”, un racconto condotto sul filo di una brillante sicumera tipicamente Vonneguttiana, ma abbastanza sconclusionato, senza un senso profondo né un vero finale; “Spegniti breve candela” è l'unica storia a ricorrere al finale a sorpresa di cui parlavo all'inizio, ma è tanto prevedibile che la sorpresa non c'è.
In generale comunque, il bersaglio è centrato: tra i racconti migliori “Con la mano sull'accelleratore” e “Baci da 100 dollari” in cui le vittime di atteggiamenti comuni e fastidiosi dell'uomo medio, di piccoli velenosi soprusi quotidiani, reagiscono e si difendono. Questa “sistemazione dei torti” è un elemento importante di queste storie in cui c'è ancora la speranza (o forse il disperato desiderio) che le cose, se tutti s'impegnano, possano migliorare, un sentimento che si tramuterà in amarezza e rassegnazione per l'incorreggibilità e del genere umano.

Anche se questo non è il Vonnegut che la maggior parte del pubblico conosce, sotto la superficie dei racconti dalla struttura semplice e forse (dati i committenti) un po' addomesticata ribollono gli elementi ricorrenti della sua letteratura a venire: il fantastico e l'assurdo, la guerra, l'incontro tra bene e male, il destino e perfino la passione per l'arte moderna, tenuti insieme dal suo umorismo e da una sensibilità fuori dal comune.
Per chi lo ama è un ritorno alle origini che aiuta a conoscerlo meglio, ad affezionarcisi anche di più. Per chi non ha mai letto niente di suo o non ha digerito le opere più ardite è l'occasione per avvicinarsi e riavvicinarsi in maniera più “morbida” al suo lavoro.

A rendere ancor più pregevole il volume ci sono molti disegni dello stesso Vonnegut ed una bella prefazione di Dave Eggers.


(Kurt Vonnegut “Baci da 100 dollari” 2011 ISBN Edizioni)

sabato 25 agosto 2012

Libri Suonati

Ecco che vi aspetta...
A dicembre di quest'anno Beck pubblicherà il suo nuovo album, dal titolo “Song Reader”. Edito da McSweeney (e da Faber & Faber per il mercato Inglese), sarà composto da 20 libretti contenenti la partitura musicale dei brani per diversi strumenti ed i testi. Niente musica, nessun cd, nessuna nota suonata  da Beck...
Saranno i fan a dover suonare e cantare i brani, registrandoli e caricandoli su Youtube. Le migliori versioni saranno inoltre pubblicate dal sito di McSweeney.
L'idea è originalissima e crea una contaminazione tra editoria, musica e video forse mai vista prima, di cui aspettiamo con ansia i risultati!

giovedì 16 agosto 2012

Coppie, parte 2: Mentre i mortali dormono (cit.), Giacomo Papi "I primi tornarono a nuoto"


Claude Monet-Twilight in Venice
L'idea del ritorno dei morti sulla terra è da sempre presente nella narrativa, a partire da Euridice che Orfeo tenta di riportare a casa dal mondo dell'Ade, centinaia, migliaia di storie sulla morte ed il ritorno alla vita sono state scritte ed immaginate, alcune come esorcismi per curare la paura, altre come base su cui costruire fedi; dal loro canto, scrittori e registi si sono lasciati ispirare da questo tema che si intreccia inevitabilmente con le forze primarie dell'amore e del sesso.

Tutto questo Giacomo Papi lo sa, ed ha deciso di immaginare le conseguenze più estreme di un ritorno massivo dei morti dall'Aldilà. Una buona idea se condotta nel modo giusto. In letteratura -come in ogni cosa- bisogna fare delle scelte e, generalmente, più motivate ed ardite sono, più interessante sarà il risultato.
Il nostro autore però sceglie di non scegliere: con abilità tutta italiana mette i piedi in praticamente tutte le scarpe disponibili, partendo dal mistery-horror corredato di simboli biblici, scivolando sopra il thriller fantapolitico, diventando esistenziale, ritornando a martello sull'horror e chiudendo con il registro sentimental-buonista da famiglia Mulino Bianco (oppure Rossella O'Hara,“Domani è un altro giorno!”).
Il risultato di tanti cambiamenti in così poche pagine e di uno stile a volte sciapo ed altre fortemente lirico è un abbozzo di romanzo che in mano ad un altro scrittore/scrittrice avrebbe potuto diventare un gran bel libro. Penso a cosa ne avrebbe fatto Stephen King, magari un nuovo “L'ombra dello scorpione”, un tomo da 1500 pagine in cui avrebbe sciorinato tutto il possibile sulle conseguenze sociali, politiche, economiche, religiose del “ritorno”, sui caratteri e le storie dei personaggi coinvolti, sarebbe andato a fondo.
Fredric Brown avrebbe forse inventato una storia comicissima e fuori di testa, Yates un dramma familiare struggente, Kurt Vonnegut...un miracolo.

Lo so, non è leale confrontare un neo romanziere con tali mostri sacri, però mi arrabbio quando mi trovo tra le mani un libro in cui niente si conclude, niente ma proprio niente è approfondito, solo accennato, come se l'autore ci dicesse “Avete presente...?” e noi lettori dovessimo immaginarci il resto. Così -ad esempio- le conseguenze sulle religioni ufficiali sono proprio schizzate, e se la chiesa cattolica viene minimamente chiamata in causa, di protestanti, buddisti, Islam, Israele (le teocrazie!) non si parla proprio.
Altro esempio, la resurrezione del personaggio famoso contemporaneo (effetto speciale!) che pur non nominato apertamente s'intuisce chi sia (leggete la descrizione della giornalista neo-viva e ditemi se non vi fa pensare ad Oriana Fallaci) è appena accennata (lei sicuramente non avrebbe esaurito l'argomento con un articolo, ne avrebbe scritto un libro, etc. etc.).
I governi del mondo, vista la concreta possibilità di vedersi rovesciati da eserciti di redivivi, praticamente non reagiscono in alcun modo. In compenso, indicono un utilissimo congresso in cui tutti gli scienziati del mondo racconteranno la loro idea sulla situazione. E per essere sicuri che nessun ex-morto vi partecipi, si sceglie per organizzarlo un luogo che può venire isolato dal resto del mondo: Venezia! D'accordo, lì l'atmosfera è decisamente dark, ma non era più logica una base militare in qualche isola? Questo non è il G8... Comunque è questo il punto centrale (e forse il più atteso dallo scrittore) del libro, in cui si scatena tutta la potenza della lingua italiana, con una descrizione della Laguna come un luogo da tregenda in attesa della tempesta. Che puntualmente arriva, ma anche qui, gli accadimenti non si compiono ed il protagonista nel mezzo del marasma scappa dalla sua bella.
I morti ritornati appaiono inizialmente buoni come Teletubbies, spaventati e simpatici, poi improvvisamente decidono di diventare Gremlins cattivissimi, ma non si capisce, quando, come si sono incontrati per parlarne?
Sembra che Papi abbia avuto centinaia di buone intuizioni che aprono porte sulle più interessanti e profonde interpretazioni (i morti rappresentano il passato Italiano che non ci lascia mai? Il vecchio del paese che soffoca il nuovo? Si tratta di una critica alla tentazione di guardare storicamente indietro?) ma non il coraggio di approfondirle.

I personaggi allo stesso modo sono approssimativi: Adriano Karaianni, un bravo ragazzo pensieroso ed eroico, senza arte né parte, la sua compagna Maria (appropriatamente incinta) bella, brava, comprensiva, di buon senso, lei sa, lei capisce, non parla troppo, anzi stà zitta e meditabonda...Il cliché della donna ideale e inesistente. I loro dialoghi sono in generale miseri, e quando Papi vuol dargli una parvenza di realismo c'infila un cazzo o un vaffanculo, che sembrano provenire dalla bocca di un neonato. E poi i patetici politici italiani, untuosi e leccaculo, ed il cattivissimo (e magrissimo e puzzolentissimo) agente dei servizi segreti, personaggi abbozzati senza particolare arguzia.
La scrittura si concentra sulle azioni, ma queste in realtà non ci dicono niente di loro. Perfino il racconto strappalacrime del grande amore di Serafino, il primo uomo tornato dalla morte, (anche lui uno stereotipo, il buon vecchietto che diventa il padre putativo di Adriano e Maria) risulta inutile e stucchevole. E pure di questi ex morti non vengono presi in esame il carattere, lo stupore, le implicazioni profonde che può avere il fatto di rinascere. E poi, quando torneranno Napoleone, Hitler, Cesare, Lenin...cosa succederà?

Se non altro il finale è coerente con il romanzo: inconcludente, sdolcinato, consolatorio, perfetto per qualche film italiano, e per tirarsi indietro di fronte ad altre decisioni.

Non so se Giacomo Papi sia soddisfatto del libro che ha pubblicato, non so se lo volesse proprio così o se l'editor di Einaudi lo abbia obbligato a tagliare e addolcire i contenuti per rendere lo scritto appetibile ad un pubblico più vasto (!!!!). So che pur avendo compreso le sue doti di scrittore, ho fatto fatica a finire la lettura (verso la fine non ne potevo più), e nonostante ci siano le intenzioni ed i semi per un buon raccolto (la scena del ritorno degli ex padroni di casa è disturbante, e rivela forse la sua vera indole letteraria) questi germogliano appena e muoiono subito. Un po' poco, considerato anche il prezzo di questo volume in brossura (17 euro!!!).
Sarebbe interessante vedere "tornare" questo libro, riscritto, ampliato e rivisto, magari tra qualche anno, dallo stesso Papi.

(Giacomo Papi “I primi tornarono a nuoto” 2012 Einaudi Stile Libero Big)

martedì 14 agosto 2012

Coppie, parte 1: Burning Down The House! A.M. Homes, "Musica per un incendio"


La casa può essere un punto di partenza o di arrivo, un luogo che dà sicurezza attorno al quale gira tutta la vita. Una tana, una prigione.
In questo libro la casa diventa totem dei valori della borghesia americana, simbolo per i suoi protagonisti Paul ed Elaine Weiss (conosciuti nel racconto “Adulti da soli” contenuto in “La sicurezza degli oggetti”) di ogni cosa che non riescono ad essere. Insoddisfatti e litigiosi, soffrono della propria incapacità di essere felici di ciò che hanno (lavoro, figli), pur non sapendo cosa potrebbe dargli sollievo. E vedono le altre famiglie, così perfette, in cui i figli sono affettuosi ed educati, le madri ottime donne di casa, i mariti uomini efficienti che danno sicurezza. Non li capiscono. Una sera, esasperati l'uno dall'altra danno fuoco all'idolo che rappresenta il loro fallimento.

I danni sono relativi, ma la loro azione innesca una catena di conseguenze inaspettate: attorno alla casa semibruciata cominciano ad accorrere i vicini, quei vicini perfetti e senza macchia che finora avevano conosciuto solo superficialmente, Mrs Hansen, un'anziana signora con l'hobby del giardinaggio e dell'alcol che approfittando della serratura della porta rotta s'insinua in casa e diventa baby sitter e governante; Pat e George, gli immacolati rappresentanti di ciò che una coppia felice dovrebbe essere; il poliziotto di quartiere; i genitori di Elaine, un padre taciturno ed una madre petulante, l'amante di Paul, Susan, che si prende cura di uno dei loro figli. E poi architetti nevrastenici, entusiasti operai di un'impresa di pulizie: tutti si accalcano attorno alla famiglia Weiss, archetipi americani ormai noti, accorrono con i loro buoni consigli, le loro certezze, i loro segreti.

Nel loro viaggio alla ricerca dell'Eden perduto della normalità e nel tentativo di cambiarla (fare un patio, mettere una porta finestra, fare carriera, trovarsi un lavoro) questi novelli Adamo ed Eva assaggeranno un inaspettato ed amaro frutto della conoscenza, diventando uno specchio in cui la società viene a riflettersi, a far mostra di sé. Entreranno nell'intimità dei loro vicini, scoprendo dietro alle facciate delle case dipinte di bianco un mondo segreto e surreale che tutti tengono quietamente nascosto agli occhi degli estranei.
Sesso di ogni tipo, droghe, cetriolini sottaceto, consulenti scolastici. Nel tentativo di cambiare sé stessi , di sistemare le cose provano tutto, ma più cercano di uscire dalla stasi, più si trovano lontani, ripiegati ed egoisti. Si perdono nel letto della vicina perfetta oppure si trovano sotto le mani di un tatuatore in un quartieraccio del centro (uno degli episodi più divertenti del libro), si ubriacano insieme, si confortano e si picchiano.

Quando l'epilogo va in scena è come svegliarsi da un sogno: troppo concentrati su loro stessi, Paul ed Elaine hanno tralasciato ciò che avveniva sullo sfondo ed ora diventa prorompente ed inevitabile. La fine arriva in un lampo -con un episodio che ne ricorda molti altri realmente accaduti- ed ecco un altro simbolo, il sacrificio dell'innocente, a tagliare per sempre col passato, a scacciarli per sempre dal Paradiso.

A.M. Homes ha scritto un romanzo destinato a diventare un classico contemporaneo, che corre sul confine tra simbolismo e iper-realtà in cui non si limita a criticare la vita dei sobborghi, analizza ogni sfumatura della meschinità e della calma follia che ci accompagna quotidianamente.
Paul ed Elaine ricordano molto Frank ed April di “Revolutionary Road”, anche loro occupati a farsi male, a distruggersi per l'incapacità di adattarsi ad una vita senza sogni fatta di sole certezze prefabbricate da cui non riescono a fuggire. Ma mentre il confronto tra i personaggi di Richard Yates era più intimo e legato alla coppia, il duello dei coniugi Weiss esonda dai confini familiari e diventa lo sfondo di un cataclisma che inghiotte gli interi Stati Uniti.
Dopo, resta in piedi solo la casa, ancora, svuotata di ogni suo senso e prerogativa.

(A.M. Homes “Musica per un incendio” 2011, Feltrinelli)

sabato 21 luglio 2012

Vita: "Hellen Keller, a Biography", Dorothy Hermann


Hellen Keller, Annie Sullivan e Mark Twain
Negli Stati Uniti la storia di Hellen Keller è stata raccontata più volte, in libri, commedie e film. In Italia la conosciamo soprattutto (solo) grazie ad“Anna dei Miracoli” (“The miracle worker”) la pellicola di Arthur Penn, versione cinematografica dell'omonima opera teatrale.
L'intera vicenda di questa donna, diventata sordocieca quando aveva poco più di un anno, sembra cristallizzata in quel mitico istante in cui riuscì a connettere la parola "acqua" con  il liquido che usciva dalla pompa in giardino. E' il momento culminante di qualunque ricostruzione, in cui tutte le tensioni accumulate tra lei e la sua insegnante Annie Sullivan si sciolgono. Molti sono soddisfatti da questo finale, e spremuta qualche lacrima considerano la faccenda chiusa. Ma cosa ne fu di quella bambina? E come fu influenzata la sua vita da quell'evento?

Le risposte a queste ed altre domande le trovate (anche) in questa biografia, che racconta in modo scorrevole, con buona documentazione ed un pizzico di gossip non solo la vita di una donna che avrebbe potuto -senza l'intervento di Annie Sullivan- confinata in un istituto, ma anche la sua evoluzione emotiva ed il suo processo di presa di coscienza della propria disabilità.

Verso la fine del 1800 si era a malapena coscienti della possibilità di insegnare a leggere e scrivere ai bambini sordi, e spesso l'educazione dei ciechi era limitata alla stretto necessario. Un bambino sordocieco rappresentava un autentico mistero per gli educatori: mettersi in comunicazione con lui era difficilissimo ed in pratica non c'era didattica. Anche se un'altra ragazza sordocieca era stata educata negli Stati Uniti (Laura Bridgman, che Hellen conobbe) non c'erano scuole specializzate e si adattavano i metodi per i ciechi.
Così, quando l'intraprendente, geniale ed ambiziosa Annie Sullivan (anche lei ipovedente e con una drammatica storia familiare) elaborò il suo metodo lavorando con la piccola Hellen, si creò un caso senza precedenti: nonostante la gravità dei suoi handicap la ragazza riuscì a raggiungere risultati accademici simili a quelli dei normodotati, arrivando a costo di enormi sacrifici perfino alla laurea.
Un fenomeno, un miracolo, un genio, un'impostura, Hellen fu esposta come un oggetto esotico e di pregio alle attenzioni dei media con lo scopo di raccogliere denaro per il suo mantenimento ed in parte per quello della famiglia. Grazie a ciò non finì mai in un'istituzione ed ebbe la possibilità di viaggiare ed incontrare moltissime personalità del suo tempo. Contemporaneamente intorno a lei si scatenarono lotte per il controllo della sua vita, perchè questo simbolo di disabile che riusciva a vincere durezza della propria condizione veniva utile a tutti, alle istituzioni che si occupavano di ciechi, alla famiglia, ad Annie Sullivan. Ed ognuno voleva prevalere.

Parte importante del libro è occupata proprio dal rapporto tra Hellen e quest'ultima, una donna torturata dal passato, desiderosa di una vita normale eppure votata totalmente al servizio di questa bambina e poi donna, che certamente le fu utile, ma per la quale comunque cercò sempre di fare le scelte migliori e dalla cui figura fu sempre oscurata, visto che l'opinione pubblica era più propensa a vedere la giovane sordocieca come un fenomeno dotata di intelligenza sovrumana (anche per giustificare la propria incapacità di tanti normodotati  raggiungere gli stessi suoi risultati), piuttosto che dare alla sua insegnante ed alla sua intelligenza e testardaggine il giusto riconoscimento.

Leggendo questa biografia ci si rende spesso conto di come la condizione dei disabili sia solo in parte cambiata e di come non siano stati fatti poi molti passi avanti in molti campi. Ad esempio, ora come allora la sessualità viene spesso loro negata e la povera Hellen fu costretta nel ruolo di "santa vergine" dalla madre e da una società assurdamente bacchettona che non era in grado di accettare la normalità dei disabili.
Nonostante tutte le difficoltà, l'immagine che emerge è quella di una donna determinata, cosciente di sè e della propria situazione, che non si stancò mai di lottare per i diritti dei disabili ed in grado di esprimere idee forti e personali che troppi per comodità liquidarono come ingenue: se infatti da un lato i suoi handicap la isolavano dalla completezza delle informazioni, dall'altra la difesero dal facile cinismo acquisito dai normodotati, superstimolati e più facili ad adattarsi alle situazioni a seconda del favore.
Invece, lei fu in grado di costruirsi un carattere compassionevole e privo di pregiudizi che le consentì di resistere ed accettare le innumerevoli pressioni e tutte le cose che le vennero negate, prima tra tutte forse il diritto ad innamorarsi.

Oggi forse non sarebbe più possibile un controllo tanto radicale sulla vita di una persona, disabile o meno. Tuttavia, leggendo questo libro ci si rende conto dell'estrema fragilità che sperimenta chi non rientra nei canoni di normalità, e di quanto sia difficile ancora oggi parlare di parità tra tutte le creature.

La biografia di Dorothy Hermann è un lavoro corretto e ben documentato; pur senza essere un capolavoro letterario è molto equilibrata nel mostrarci tutti i protagonisti con i loro pregi e difetti, le loro fragilità e meschinità, dando modo al lettore di valutarli nella loro completezza.
La grandezza di Hellen è quella di una persona che ha saputo adattarsi e prendere coscienza della propria posizione, subendo le decisioni altrui ma cercando comunque di seguire la propria strada senza autocommiserazione. Il suo eroismo appare a volte più nel sopportare chi la circondava che nell'affrontare la propria gravissima condizione (cosa che fece sempre con serenità).

La sua storia supera prepotentemente i confini di quel momento in cui comprese che ogni cosa ha un nome,  e ci serve per capire a che punto siamo come società e come esseri umani nella comprensione dell'handicap e nella sua accettazione senza timore e pregiudizio.

(Dorothy Hermann "Hellen Keller, a biography" 1998 The University of Chicago Press-libro in lingua originale)








venerdì 20 luglio 2012

Viva "La Sovrana Lettrice" !!! Alan Bennett


Come un tonico che rinfranca il morale, come un analgesico effervescente contro il mal di testa o un ricostituente miracoloso, Alan Bennett è l'ideale da leggere nei momenti di crisi, i cambi di stagione, le piccole influenze: ne basta un po' per sentirsi meglio.
Così, reduce da alcune crisi personali mi trovo ad estrarre questo libro dal cellophane. E tutto s'aggiusta.

Elisabetta II, la monarca più nota e probabilmente più longeva dell'era moderna, è una donna quanto meno enigmatica che in molti (penso all'ultimo film che ho visto a lei dedicato, “The Queen”) hanno cercato di comprendere, chissà con quale successo.
Qui viene credibilmente rappresentata come una persona che ha vissuto un'esistenza particolare, distaccata dal resto del mondo, gestita da una serie di cerimoniali e di regole che ha accettato senza farsi mai troppe domande, cosciente della sua posizione unica. Per sessant'anni circa tutto è filato relativamente liscio, con qualche occasionale problema di guerre mondiali e scandali sentimentali in famiglia, ma il sangue freddo e l'aplomb di Sua Maestà hanno sempre retto.

Ora l'inaspettato è dietro l'angolo del Palazzo: seguendo i suoi cani la regina s'imbatte in una piccola biblioteca viaggiante dalla quale si serve uno degli sguatteri di cucina. Dopo qualche titubanza, per pura cortesia, si porta a casa due volumi scelti a caso, ed in breve le cose prendono una piega nuova.
Come la strada di mattoni gialli che si srotola sotto i piedi di Dorothy per portarla tra le meraviglie ed i pericoli di OZ, così la lettura si fa lentamente ed inesorabilmente sentiero che la nostra monarca segue con estrema naturalezza, senza preconcetti e con l'unico obiettivo del proprio piacere, dai romanzi Ivy Compton Burnett, a Proust passando per Henry James.

Le conseguenze di questa scoperta sono tali che al confronto le magagne di Carlo e Diana erano zuccherini: infatti, con motivazioni che ricordano quelle dei pompieri di “Fahrenheit451”, i dignitari che vigilano sul complesso cerimoniale di Elisabetta sono contrari a che lei legga distraendosi dai suoi tempi contingentati e dalle sue scadenze, e lo sono ancora di più quando si accorgono degli effetti “devastanti” che l'attività ha sul carattere e sulle abitudini di Sua Maestà. Ne nasce una serie d'intrighi che hanno lo scopo di dissuaderla dal suo capriccio culturale e riportarla sulla “retta via”.

In breve, seguendo la regina nelle sue letture ci troviamo a ragionare su alcune delle figure letterarie più importanti, sul percorso letterario che ognuno di noi fa, sull'irrinunciabilità del leggere come occupazione che migliora chi la pratica, che trasforma.
Elisabetta in effetti appare come un travestimento attraverso il quale Bennett stesso sembra parlare (molto più che in altri libri) di sé, di ciò che ama e non ama della letteratura, la pedanteria di James, Harry Potter e gli scrittori contemporanei, troppo pieni di sé perfino di fronte alla loro sovrana.

Il suo umorismo brillante e acido, e l'abilità letteraria che ormai conosciamo riescono a condensare tutto questo in un pugno di pagine esilaranti, che come sempre sembrano troppo poche quando si arriva in fondo; eppure tutto è così perfetto ed equilibrato che non si saprebbe davvero come fare di meglio e di più.
Ritratto di Elisabetta II di Chris Levine

Se vi piace leggere, e se non vi piace leggere...Leggetelo.

(Alan Bennett “La Sovrana Lettrice” 2011 Adelphi)

sabato 7 luglio 2012

Un pò di poesia

La poesia non è il mio genere preferito, credo che in tutta la miriade di scrittori che ci viene propinata a scuola e non, ben pochi siano degni del titolo di poeta. Tra questi c'è Emily Dickinson, e dunque eccovi un sito veramente interessante dove potete trovare le sue composizioni in Inglese e in Italiano...
The Complete Poems of Emily Dickinson

mercoledì 20 giugno 2012

Sulle tracce di Timothy McSweeney, "The Best of"

Timothy Mcsweeney's Quarterly Concern è la geniale rivista fondata da Dave Eggers che negli ultimi anni ha lanciato e valorizzato tanti autori della nuova letteratura americana (e che ci piacerebbe tanto fosse tradotta in Italiano). Nata per raccogliere racconti ed articoli rifiutati nonostante una certa qualità, è diventata tanto famosa che ben presto si è trovata a pubblicare materiale scritto appositamente da autori come David Foster Wallace, Zadie Smith, Jonathan Lethem e molti, molti altri, che l'anno portata a diventare, insieme con alcune audaci e creative scelte editoriali, una vera bussola per chi abbia voglia di scoprire nuovi autori.
Dave Eggers

Questo volume raccoglie alcuni dei pezzi migliori dei primi numeri, selezionati dallo stesso Eggers: la scelta è quanto mai eterogenea, si va dal racconto surreale all'articolo di attualità, alla memoria personale.
La varietà è bella, anche se in certi casi si fa un pò pericolosa, quando venga a mancare un filo conduttore o in mancanza di questo, un'atmosfera unificante, e purtroppo c'è da dire che per parecchi degli scritti contenuti nel volume, il giudizio espresso da chi li aveva rifiutati era sostanzialmente corretto.
Non parlo del racconto di David Foster Wallace "L'ennesimo esempio della porosità di certi confini(VIII)" -che anzi è uno dei più divertenti che abbia letto di questo autore- nè del nostalgico e onirico "Gli Osservatori" di Paul La Farge o dell'esilarante "La casa mobile dell'Ipnotizzatore" di Ann Cummins, ma di altri come ad esempio "Quattro monologhi Istituzionali" di  George Saunders, una serie di comunicati, studi di fattibilità ed agghiaccianti report di esperimenti condotti su animali, una serie di esercizi di stile di scrittura formale. L'intento di raccontare storie attraverso un linguaggio totalmente "altro" rispetto a quello letterario è certamente ammirevole, anche se la lettura lascia incerti del risultato ed in sostanza non appassiona.

Nella raccolta sono inclusi diversi articoli trattano argomenti interessanti, ma che sono veramente troppo lunghi (e a mio parere scritti in modo un pò noioso): "A spasso sugli anelli di Saturno" racconta ad esempio la figura di Thomas Dick, predicatore cristiano con la passione per la scienza che produsse una serie di pamphlet a metà tra la fantascienza e la bibbia; c'è poi "Haole go home, piccoli gesti del movimento secessionista hawaiano" di Zew Borow, che illustra le varie realtà politiche autonomiste delle isole Hawai, un tema molto lontano da noi che tuttavia avrebbe dei punti d'interesse, ma che finisce per non smuovere un sopracciglio al lettore (almeno, il mio sopracciglio non s'è mosso) . Perfino un argomento decisamente interessante come Unabomber viene trattato da Gary Greenberg in maniera troppo autoreferenziale e personalistica, così che il resoconto della sua corrispondenza con Ted Kaczynsky (Unabomber, appunto), diventa una cronaca pedante ed inconcludente dei tentativi falliti di un ambizioso psicanalista di pubblicare un libro e farsi pubblicità utilizzando il nome di un criminale.
Molto più interessante anche come scrittura è "La repubblica di Marfa", di Sean Wilsey, un viaggio a Marfa, sperduta cittadina texana ai confini col Messico colonizzata da artisti ed architetti, ma che mantiene comunque il suo status e la sua atmosfera di città di frontiera alla Cormac McCarty, sperduta e lontana dalla "civiltà" moderna.

Tra i racconti, i più meritevoli -oltre a quelli citati sopra- sono il silenzioso "I giorni qui" di Kelly Feeney, "Istigazione" di Rebecca Curtis, minimo ma concreto, e "Double zero" di Rick Moody ,in cui un uomo narra le sventure della sua famiglia, dedita a molteplici attività imprenditoriali. Infine mi aspettavo qualcosa di più da "La ragazza con la frangetta" di Zadie Smith, che mi è parso un tantino superficiale.

L'eterogeneità delle scelte rende questo libro l'ideale per non scontentare completamente nessuno, e valutare gli orientamenti letterari delle persone che lo leggono: alcuni preferiranno i racconti più sperimentali, altri quelli più classici, altri gli articoli...Forse con quest'intento di libertà si è voluta assemblare la raccolta, ma personalmente l'ho trovata poco equilibrata, con forse troppi pezzi insoddisfacenti, non degna della fama di Mc Sweeney.
Ma è solo il primo volume.

(Autori vari "The best of McSweeney, volume primo" 2004 Minimum Fax)








sabato 16 giugno 2012

La signora delle ossa: "Trilogia della città di K" di Agota Kristof


Al termine del banchetto letterario arriva Agota Kristof: alcuni scrittori si sono rimpinzati di frasi articolate, altri hanno preferito un lessico lirico e fantasioso, altri ancora hanno riempito il piatto di descrizioni puntigliose e personaggi coloriti. Hanno lasciato pelle, ossa e cartilagini, periodi brevi, un solo tempo narrativo.
La scrittrice ungherese ha raccolto questi avanzi e composto una storia scheletrica e stratificata, una struttura mobile e trasparente.

All'inizio non si sa bene dove ci si trova, il racconto è limpido, gli eventi registrati, più che narrati. Due gemelli vengono portati dalla madre a casa della nonna nella città di K. Il paese è in guerra, e la nonna è una strega crudele, ma non c'è nulla da mangiare nella grande città, non c'è altro posto dove andare. Intorno a loro si svolgono vicende assurde, si muovono personaggi a volte raccapriccianti. Ma per quanto possa essere terribile, quello che accade viene semplicemente riportato con gelida precisione, senza alcun commento. Eppure l'atmosfera, priva di nomi di città e di paesi, di un riferimento temporale, è irreale, quasi una favola cattiva, oscura.
Non sappiamo ancora cosa stiamo leggendo e perchè.

Poi il guscio si apre, il bozzolo si dipana, il racconto prosegue allo strato successivo, cambiando punto di vista, mettendo insieme pezzi su pezzi, ossa su ossa, fino all'emergere di un senso che giustifica gli incubi e le visioni tra i quali s'intravvede la realtà -presunta.
La guerra finisce e la città di K rimane separata dal mondo, da una parte di mondo. Non si può andare al di là del confine.
La scrittura è sempre chiara, semplice, eppure ancora una volta ingannevole, non si può far altro che continuare a leggere, scendere di un altro scalino verso quella che speriamo essere la verità.

Agota Kristof, di madrelingua ungherese, scriveva in francese. Di questa lingua non fu mai per sua stessa ammissione completamente padrona. Forse il suo modo di scrivere derivava anche da questa circostanza. In questo caso avrebbe non solo dimostrato come per essere grandi scrittori non servano complessi apparati stilistici, ma avrebbe reso la propria debolezza una forza: dal suo linguaggio spogliato di qualsiasi intenzione poetica, di per sé freddo e affatto evocativo, è nata una storia di illusioni, separazioni ed esili autoinflitti, da cui emana la consapevolezza di un dolore così lungo, così profondo, che cauterizza e sostituisce qualunque altra emozione, e fa desiderare di non provare più niente.

Questo è il dolore degli esuli che come la Kristof hanno dovuto a malincuore abbandonare la propria patria (i riferimenti storici sono limpidi, anche se restano sempre sullo sfondo, come una conoscenza acquisita, parte ormai dei tessuti vitali dei personaggi), una ferita insanabile, profondissima, e infinita come la notte che avvolge i protagonisti di questa storia.
Non lottano né assecondano il destino, ci si adattano come se non ci fosse scelta, come se la vita fosse un binario che corre verso il nulla e dal quale non si può deviare. Non esiste speranza se non nella morte. Ciò che di crudele ed insensato fanno gli uomini è inevitabile. E quando tutto finisce non resta niente, non restano ricordi, non resta nemmeno traccia di quel dolore terribile che ha dominato tutta la vita.

Senza il regalo della mia amica Tiziana credo non mi sarei mai avvicinata ad un testo del genere; qualche volta sono stata tentata di smettere di fronte ad un racconto tanto duro, a volte insopportabile. Ma sono contenta di essere riuscita ad arrivare in fondo, si tratta di un libro straordinario, una scoperta.

(Agota Kristof “Trilogia della città di K” 2005, Einaudi Tascabili)


martedì 1 maggio 2012

Dietro il sipario: "La Boutique del Mistero"

Quando lavoravo in banca, diversi anni fa, il mio fidanzato mi prestò "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati. Non riuscii a finirlo: la somiglianza tra l'inutile attesa del tenente Drogo per un nemico che mai verrà e la monotona attività impiegatizia che svolgevo era troppo disturbante. L'atmosfera surreale m'inquietava, ma  l'idea alla base del romanzo era veramente originale, decisamente fuori dagli schemi della letteratura italiana.

Dino Buzzati era veramente uno scrittore unico, dall'immaginazione caleidoscopica che ha saputo cogliere quanto di onirico si celi nelle nostre vite, insinuando nel lettore la consapevolezza di una realtà al di là di quella che viviamo, in cui ciò che vediamo, sentiamo e facciamo è parte di un più grande, ineludibile oscuro disegno, ed è sufficiente spostare leggermente lo sguardo per vedere dietro alla normalità come dietro una quinta teatrale, e convincersi che non c'è niente che sia realmente in nostro controllo.

I luoghi di questi racconti (scelti personalmente dall'autore) sono case alto borghesi popolate da personaggi legati ad un glorioso passato ormai estinto, paesini di montagna in cui vivono santi uomini, le strade della Milano di un tempo ormai perduto, silenziose, nebbiose, piene degli echi di passi sconosciuti.
Si tratta di narrazioni brevi e intense, sfuggenti come ombre, che nascono a volte da notazioni -anche autobiografiche-  impressioni, altre volte sono visioni surreali; comunque non seguono il classico schema con colpo di scena finale. Una scelta questa che rende più sfumati i contorni e li priva di un'aspettativa risolutrice.
Ma ci sono anche favole, magari a sfondo religioso come "Il cane che ha visto Dio", che sembra la trascrizione di un racconto popolare, o sketch esilaranti dal finale inquietante come "Il disco si posò", in cui un umile parroco incontra gli alieni, o ancora fantasie minime che ribaltano la logica del conosciuto, come "Una goccia" o "Conigli sotto la luna".
Buzzati riesce ad essere un critico feroce della società, pur rimanendo -grazie al suo stile limpido in cui le considerazioni profonde sono tessute nelle fibre della storia- quasi esterno a ciò che racconta: in "Eppure bussano alla porta" mette in scena la fine di un mondo vetero borghese troppo preso da sè stesso per accorgersi si stare per sparire; si prende gioco delle convenzioni sociali in "Il corridoio di un grande albergo", e in "La ragazza che precipita" riflette con amarezza sulla disillusione dei sogni della giovinezza (ricollegandosi involontariamente e perfettamente con alcune vicende del recente passato italiano).
Non risparmia le figure della religione istituzionalizzata, che spesso (anche se non sempre) tratta con sfiducia, pur conservando un affetto quasi fanciullesco per la fede saggia ed  ingenua degli eremiti e dei santi minori, coloro che vivono una religione lontana dai palazzi e dalle chiese, ma vicina all'uomo e alla natura.
Tra le pagine troviamo anche una bellissima, struggente poesia in prosa, "Inviti superflui", di cui ho pubblicato l'incipit qualche giorno fa.

Questi racconti vivono in un tempo al confine tra antico e modernità, tra il mondo ormai quasi mitico dell'infanzia e quello del presente, forse più inquietante ed in cui è più difficile accettare la presenza di quel "disegno" di cui parlavo all'inizio.
Dino Buzzati soffrì molto del continuo paragone con Franz Kafka, al quale veniva continuamente avvicinato. Questi scrittori hanno certamente in comune l'elemento fantastico, tuttavia trovo che sia estremamente riduttivo ricondurre al solo autore praghese tutti i lavori del nostro, non solo perchè i temi si somigliano solo superficialmente, ma anche perchè ci sono evidenti differenze tra le due produzioni, dettate sia da circostanze personali (ad esempio il rapporto col padre, che -al contrario di Kafka- per Buzzati non fu conflittuale), da questioni territoriali (Buzzati è molto legato alla cultura delle montagne, e si sente), sia da stili letterari e da ispirazioni diverse.  Lo stesso tema del "disegno oscuro" a cui accennavo sopra, viene posto dall'autore praghese come una specie di complotto segreto, mentre negli scritti di Buzzati diventa qualcosa di altrettanto ineludibile ma più vicino a quello che chiamiamo destino.

Uno scrittore di cui forse ancora non s'è compresa l'importanza.
(Dino Buzzati "La Boutique del Mistero" 2000, Mondadori)




martedì 3 aprile 2012

Incipit del giorno

"Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo."
Dino Buzzati, da "Inviti superflui", racconto contenuto ne "La boutique del mistero".

venerdì 30 marzo 2012

domenica 11 marzo 2012

Concorso

C'è ancora un pò di tempo per partecipare a questo concorso !

Destini



I libri in generale, e quelli di Kurt Vonnegut in particolare, hanno la capacità di arrivare al lettore nel momento più adatto, quando sta rimuginando qualcosa che calza a pennello con la lettura di questo o quel titolo, che ne stiamo andando in cerca o meno. Quando ho preso in mano “Dio la benedica Mr.Rosewater” meditavo su...vediamo se lo capite.

Quando Vonnegut compose questo romanzo aveva in mente diversi argomenti: il sogno americano, il destino, la ricchezza come un merito, una fortuna o una dannazione che genera atroci sensi di colpa, il potere nelle mani sbagliate, l'amore per il prossimo per quanto diverso da noi sia, eccetera eccetera.
In più, questa volta troviamo i temi esistenziali che sempre accompagnano i personaggi di Vonnegut legati esplicitamente a questioni fortemente politiche che mettono in crisi l'intero impianto della cultura dell'America come Terra delle opportunità e Casa dei coraggiosi: gli Stati Uniti come li conosciamo sono infatti figli di pochi furboni calcolatori che si sono accaparrati il grosso delle risorse del paese a discapito di molti che sono magari serviti come carne da cannone al suono di slogan patriottici.
Vi ricorda qualcosa?
Ora gli eredi di questi avidi e scaltri figuri sono al comando del paese (mentre in milioni vivono modestamente o addirittura in povertà per la sola mancanza di non essere nati nella giusta famiglia), nonostante siano spesso incompetenti e addirittura stupidi, del tutto indegni della fortuna che gli è toccata in sorte.
Vi ricorda qualcosa?

Eliot Rosewater è l'erede dell'incredibile fortuna dei Rosewater, una famiglia tanto potente che ha dato (in stile feudale) il proprio nome ad una piccola contea abitata da villici ignoranti. Reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, forse a causa dei traumi subiti, cerca un nuovo senso alla propria esistenza mettendosi completamente al servizio di queste persone apparentemente immeritevoli, anima, corpo e portafogli.
Il suo comportamento suscita la devozione di coloro a cui si dedica e le ire del padre, Senatore del governo degli Stati Uniti; anche l'innamoratissima moglie finirà per lasciarlo, schiacciata dall'annullamento totale dei propri desideri a favore di quelli altrui e convinta che Eliot sia andato fuori di testa.
Nel frattempo a Pisquontuit nel Rhode Island, Fred Rosewater arranca in un'esistenza deprimente. Sopravvive vendendo assicurazioni sulla vita, mentre la moglie, sogna un'esistenza di agi e indossa abiti che gli passa una ricca e stupida lesbica locale. Fred non lo sa, ma è un Rosewater parente dei Rosewater della contea di Rosewater, ricchi e potenti, e come tale potrebbe aver diritto a parte del loro immenso patrimonio.
Una sorta di “Il Principe e il Povero” aggiornato, in cui i due personaggi principali non s'incontrano mai e di fatto le loro vicende personali rimangono totalmente separate pur appartenendo alla stessa storia.

Anche solo per questo, “Dio la benedica Mr. Rosewater” è un libro anomalo nella produzione di Kurt Vonnegut, in cui il protagonista è in genere il baricentro al quale tutti gli altri personaggi, compresi i più oscuri, si trovano collegati da una serie di mirabolanti coincidenze. Qui il legame è chiaro, non ci sono in questo senso colpi di scena e d'altronde Eliot (soprattutto lui) e Fred -i due contendenti alla fortuna dei Rosewater- talvolta scompaiono, inghiottiti dallo sfondo delle città dove vivono, ed in cui prendono vita i paradossi della storia degli Stati Uniti e l'ingiustizia del loro sistema economico.
Benchè gravido di temi e personaggi che verranno sviluppati nel successivo “Mattatoio 5”, questo è un romanzo con obiettivi precisi e ben diversi, e la scrittura non è né quella dei classici “fantascientifici” di Vonnegut, nè quella di opere dalla struttura più “convenzionale” (mi rendo conto che il termine sia inappropriato) come “Barbablù”. Questo è un altro Vonnegut ancora, più sottile eppure esplicito nelle intenzioni.

Tra le parti che più delizieranno i fan storici dello scrittore, uno splendido cameo di Kilgoure Trout in veste inedita di consigliere del Senatore Rosewater. E troviamo tra queste pagine anche il brano che ispirò lo scrittore Philip Josè Farmer per la stesura di “Venere sulla conchiglia”, recensito qualche tempo fa.

Forse questo può sembrare un libro minore comparato con altra produzione di Kurt Vonnegut, ma a mio parere è molto ben riuscito, un po' anarchico, attuale. La bella traduzione di Vincenzo Mantovani fa il resto.

(Kurt Vonnegut “Dio la benedica Mr. Rosewater” 2005 I Narratori Feltrinelli)


lunedì 27 febbraio 2012

Ridiamo con...

...David Foster Wallace! Ho rubato dallo status di Facebook del mio amico Doron questa barzelletta attribuita allo scrittore statunitense, il suo stile emerge anche qui. Buon Divertimento!

Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: "Salve, ragazzi. Com'è l'acqua?" I due pesci giovani nuotano un altro po', poi uno guarda l'altro e fa "Che cavolo è l'acqua?"