sabato 2 novembre 2013

Bookcity 2013

Ritorna Bookcity, la manifestazione milanese per chi ama i libri. Anche quest'anno ci saranno tantissimi incontri ed iniziative gratuiti distribuiti dal centro alla periferia, e alcuni eventi saranno accessibili alle persone Sorde grazie alla traduzione in Lingua dei Segni di volontarie. Il programma è ricchissimo, se volete cominciare a programmare gli impegni, lo trovate qui.

sabato 19 ottobre 2013

Canis Canem Est

Ieri scartabellando tra i miei file ho trovato alcuni schizzi che ho fatto per uno spettacolo di burattini ispirato a "Cuore di Cane" Mikhail Bulgakov. Anche se hanno già un paio d'anni continuano a piacermi e a rappresentare l'atmosfera cupa e surreale del racconto. Almeno per me.
Studio per la trasformazione di Pallino da cane a uomo

Studio per la locandina dello spettacolo. Noterete l'ispirazione grafica di Rodchenko...

domenica 6 ottobre 2013

Fallimenti di successo: "Il grande ritratto", Dino Buzzati

C'è una fantascienza da tempo fuori moda in cui il progresso tecnologico e la scienza vengono scrutati con timore e curiosità, in cui all'emozione e all'interesse per le novità che porterà il futuro si contrappongono le paure dell'uomo che si troverà ad affrontarli. A questo filone appartengono alcuni racconti di autori dell'ottocento e dei primi decenni del novecento; un nome per tutti è quello di Mikhail Bulgakov, che con “Cuore di Cane” e “Le uova fatali”, non solo produsse una tagliente satira della Russia dell'epoca (1925) ma espresse anche la segreta angoscia per l'affermazione di un mondo in cui la scienza diventava sempre più preponderante e aggressiva, votata all'inseguimento di oscuri obiettivi di potere sull'uomo e sulla natura. Sono questi racconti che si concentrano non tanto sugli aspetti tecnici degli esperimenti quanto sulle loro conseguenze, per lo più nefaste.
In questo filone in cui la natura e la materia inanimata e fredda si scontrano, prevalentemente europeo, si può inserire in parte anche “Il grande ritratto”, un racconto lungo di Dino Buzzati in cui le macchine danno corpo alle ossessioni dei loro costruttori, diventando uno specchio che rimanda un'immagine deformata e mostruosa. Pubblicato nel 1960 non ha velleità satiriche, al contrario si concentra su temi tipicamente Buzzatiani legati all'inconscio, alla morte, all'erotismo, alla paura di essere sopraffatti da qualcosa di oscuro, che sfugge ad ogni controllo. La vicenda è ambientata in montagna, in un'immaginaria Val Texeruda, dove un segretissimo impianto militare è stato costruito da alcuni scienziati ed è gelosamente custodito dall'esercito italiano. Il professor Ismani viene invitato a lavorarci, e sebbene non gli venga rivelato il suo compito, decide di accettare. Parte quindi con la moglie Elisa e dopo un viaggio lungo e misterioso raggiunge la valle, dove incontra i suoi colleghi Endriade (il capo del progetto), Strobele e la di lui moglie Olga, sua ex allieva al liceo. Di più, per correttezza verso i lettori non posso raccontare, perchè in effetti la storia è molto breve. Non si tratta di un capolavoro, anzi: l'abilità narrativa di Buzzati qui inciampa lasciandoci in bocca l'amaro di personaggi poco caratterizzati (tranne Olga ed Endriade, stereotipi abbastanza classici), di situazioni a volte poco originali o irrisolte che avrebbero potuto generarne altre molto interessanti, di una narrazione poco organica, quasi sfilacciata e non da ultimo di un finale consolatorio. Nonostante tutto questo, l'idea di trasformare la vita in qualcosa di morto per poterla perpetuare all'infinito è affascinante e spaventosa, e l'immagine della montagna contrapposta alla mostruosa opera mimica e devastante dell'uomo, molto forte. Troviamo in questo racconto elementi che torneranno in seguito (il luogo isolato, la solitudine, la missione misteriosa, il protendersi verso un tempo indefinito che ritroveremo ne “Il deserto dei tartari”) ma che restano sigillati come boccioli di fiori maligni non schiusi, quasi che lo stesso autore non abbia avuto il coraggio di spingersi oltre il limite. E' piuttosto evidente che questo libro, nonostante la predilezione di Buzzati per i racconti brevi, avrebbe dovuto e potuto essere ben più corposo, per dare spazio ai desideri dei personaggi, caricare al limite l'atmosfera oscura che comunque si sprigiona -anche se in modo discontinuo- dalle pagine.
Sono da notare alcune scelte linguistiche inconsuete, come l'uso del passato remoto e del presente indicativo in due frasi consecutive che descrivono lo stesso istante, con un effetto quasi cinematografico di campo e controcampo.
“Il grande ritratto” è un libro letterariamente modesto, ma è pur vero che un'opera poco riuscita come questa, con le sue imperfezioni e “reticenze” dice forse molto più dell'autore, delle sue inquietudini e dei suoi turbamenti, di quanto non facciano a volte lavori molto più riusciti.


(Dino Buzzati “Il grande ritratto” , 2004 Mondadori)

domenica 29 settembre 2013

La dolce solitudine: Alice Munro "Le lune di Giove"

Era da molto tempo che mi ripromettevo di leggere un libro di Alice Munro, considerata la più importante scrittrice di racconti contemporanea. Finalmente mi sono decisa a fare il grande salto e tra i molti volumi disponibili di Einaudi ho scelto “Le lune di Giove”, titolo affascinante e vagamente fantascientifico. In realtà la materia che maneggia l'autrice canadese non è uranio né qualche metallo esotico, ma quella ben più sfuggente e instabile dei pensieri, dei sentimenti e delle sensazioni. Sono questi a costituire la carne delle sue storie, a tenere insieme fatti e personaggi descritti con estrema solidità e incredibile ricchezza di sfumature. Tutto il loro mondo interiore è reso con precisione e lucidità, così come avvenimenti drammatici e descrizioni a dir poco raccapriccianti come in “L'incidente” o “La stagione dei tacchini”. Le protagoniste dichiarate sono tutte donne, di qualsiasi età, colte nel momento in cui diventano consapevoli di un'incrinatura nel loro rapporto con un uomo. Può essere un collega di lavoro per il quale si ha una cotta o il proprio marito o un giovane colpito da ictus al quale si sta cercando di dare una mano: la “rivelazione”, arriva in un momento qualsiasi, magari in età avanzata, dopo anni di matrimonio oppure ancora prima che una vera relazione sbocci, e porta con sé la cognizione di una profonda solitudine, dell'impossibilità di essere realmente tutt'uno con un uomo. A volte è una conoscenza dolorosa, altre è una semplice constatazione, altre ancora è una scelta vissuta orgoglio. Così ad esempio ne “I Chaddeley e i Fleming” la stessa situazione è vista da due prospettive totalmente diverse, e mentre le zitelle Chaddeley non soffrono affatto della propria condizione, anzi godono della libertà che gli concede la mancanza di legami sentimentali, le loro controparti Fleming pur essendo incapaci di immaginarsi una vita diversa da quella che vivono sono inconsapevolmente indurite dalla loro solitudine. Spesso gli eventi -che si provano sintomatici di un accadimento futuro o di comportamento solo apparentemente sorprendente- sono resi attraverso il ricordo, e il racconto è composto su diversi piani temporali tenuti insieme dai pensieri della protagonista o della narratrice.
Da questa struttura che sembra porre l'accento sulla sensibilità e sull'intimità dei sentimenti femminili, emergono per contrasto, chiare e taglienti, figure di uomini che influenzano e talvolta decidono la direzione che le vite delle donne prenderanno: dal professore di chimica che finalmente lascia la moglie e sposa l' amante per pura affermazione della propria libertà personale, al superficiale ed affascinante antropologo che colleziona relazioni su relazioni, al suo rozzo amico che fa discorsi lugubri ed umilianti sulla natura femminile. Questa posizione di immeritato dominio accentua la sensazione che una reale, duratura sintonia tra generi sia impossibile, che un uomo non possa veramente essere il completamento di una donna e che quest'ultima resti sempre e comunque libera e sola.
Sullo sfondo si inseguono periodi temporali più o meno definiti (l'inizio del 1900, gli anni quaranta...) che portano un bagaglio di moralismi e convenzioni che le donne di Alice Munro più o meno coscientemente sfidano e spesso vincono. Tutto questo può far pensare ad una scrittrice femminista, ma non saprei se confermare questa supposizione, le protagoniste di questi racconti sono tutt'altro che femministe e attraversano la disillusione senza cinismo, come se l'avessero sempre prevista, come se di fatto non le avesse colte di sorpresa.
Il solo vero difetto che ho trovato in questa raccolta è una nota monotona nell'atmosfera, che -forse a causa della narrazione mutuata dal ricordo, in cui l'azione è poca e compatta (con qualche eccezione)- risulta a volte un po' troppo uniforme.


(Alice Munro “Le lune di Giove” 2008 Einaudi)

mercoledì 25 settembre 2013

Tre Link

Vi propongo tre link interessanti passatimi da Ciambella:
Il primo è un breve articolo sull'illustratore John Kenn Mortensen, specializzato in mostri e bambini, lo trovate qui.
Il secondo è un curioso blog "Copertinedilibri" i cui post sono realizzati accostando diverse copertine di libri diversi accomunate dalla stessa immagine, eccolo qua.
Il terzo e ultimo è un blog più classicamente letterario ed editoriale, si chiama "Cose da libri", e la sua autrice è un'editor. Molto interessante...e lo trovate quo . Buona lettura.

venerdì 6 settembre 2013

Sweet Dreams are made of this: "Fare Editoria", Luca Leone

Come moltissime persone ho un sogno, lavorare in mezzo ai libri: come autrice, disegnatrice, bibliotecaria, libraia o editore, qualsiasi cosa andrebbe bene. Ma di come si fanno i libri, di come
arrivano in libreria, delle ragioni della continua crisi dell'editoria non ne sapevo nulla, e nemmeno sono stata in grado recuperare informazioni per farmi un'idea di come funzioni il sistema. Questo volumetto ha posto infine termine alla mia ignoranza, e la nebbia mitica che avvolge il mondo degli editori italiani ha iniziato a dissolversi. Per rivelare purtroppo una situazione agghiacciante, che però è meglio conoscere.
Creare un libro, pubblicarlo e venderlo non è semplice, e non solo per una questione di soldi: bisogna conoscere l'oggetto-libro, mantenere relazioni con i distributori, sapersi promuovere, saper scegliere gli autori e sviluppare i progetti editoriali, conoscere le nuove tecnologie, i calendari di pubblicazione e (soprattutto) l'infernale sistema burocratico e di tassazione italiano. Ognuna delle figure che ruotano intorno ai libri ha parte attiva nella loro vita, anche i lettori, normalmente portati a vedersi come passivi, in balìa delle scelte delle case editrici e di conseguenza del mercato; in realtà contribuiscono in non poca misura alla vita dei libri e alla cultura. L'acquisto di un bene è di per sé un gesto forte, e quando compriamo un libro favoriamo un certo tipo di autore, di casa editrice, di libraio: rifornirsi di letture in una piccola libreria o in un megastore o in un supermercato non è la stessa cosa, e il vantaggio di risparmiare qualche centesimo può essere alla lunga un danno; nemmeno scegliere un volume “di grido”, un titolo scritto da qualcuno già noto o da un autore meno conosciuto che però potrebbe avere qualcosa di nuovo da dire è qualcosa che non ha conseguenze. Certo, la fiducia non va data a chiunque a prescindere, solo perchè sconosciuto o pubblicato da una piccola casa editrice, ma per lo stesso motivo non bisogna escludere determinati autori dalla nostra ricerca e non dargli una possibilità. Luca Leone chiama il lettore in causa togliendogli il ruolo di semplice consumatore, dandogli delle precise responsabilità e con esse gli ricorda che scegliere un libro è qualcosa che prende tempo e che va fatta con calma e amore.
Ovviamente anche autori, editori, distributori e librai hanno dei doveri, e sono sia pratici che deontologici. Questo libro non ha solo il merito di spiegare in modo limpido, appassionato e piacevole come funziona l'editoria italiana, ma anche di chiarire le relazioni e i ruoli -strettamente collegati tra loro- di ognuno dei protagonisti in gioco. Quando si conoscono i fatti ci si sente più comprensivi per i prezzi dei libri, esagerati ma dovuti ad un carico fiscale veramente assurdo, e desiderosi di seguire le piccole case editrici, quelle che di fatto scoprono i nuovi talenti e sono fonti di novità e varietà in un panorama che appare sempre più appiattito e conservatore. Non mancano un capitolo (piuttosto divertente) dedicato agli autori che contiene anche qualche utile consiglio per chi voglia presentare i propri lavori ad una casa editrice, e uno che si occupa dell'ebook e spiega perfettamente i motivi pratici e affettivi per cui questo mezzo difficilmente riuscirà a sostituire il nostro amato libro di carta.
Finita la lettura certamente i sogni (anche i miei) si saranno ridimensionati, ma saremo in grado di apprezzare il lavoro che sta dietro ad ogni volume e di fare scelte più consapevoli e soddisfacenti. Vi consiglio anche di visitare il sito di Infinito Edizioni, molto ben fatto.

(Luca Leone “Fare Editoria”, 2013 Infinito Edizioni)





giovedì 5 settembre 2013

Leggere e Rileggere

La vita è breve, i libri sono tanti. Perciò è difficile che io rilegga un libro se non a distanza di molti mesi (o anni); le eccezioni sono rappresentate da romanzi per me fondamentali come Mattatoio 5, che in un anno ho riletto cinque volte; oppure da dubbi di puntigliosa traduzione, come per “Fate a New York” di Martin Millar, che rilessi a distanza ravvicinatissima in Italiano e in Inglese. Ma il caso più eclatante appartiene alla mia infanzia, quando consumai “Me ne infischio di Re Cetriolo!” di Christine Nostlinger (con due puntini sulla "o", che però non trovo...), un antico tascabile BUR Ragazzi, leggendolo almeno nove volte. Cavolo, se era un bel libro, quello.
 Piccina piccina, l'unica immagine che ho trovato della copertina originale dell'indimenticabile  "Me ne infischio di Re Cetriolo!" 
Rileggere può essere rischioso. Molte volte riprendere in mano quello che ricordavamo come un capolavoro è deludente e ci convince di aver preso a suo tempo un atroce abbaglio. Mi è capitato di rimettere gli occhi su pagine che mi avevano entusiasmata da ragazzina e che mi hanno delusa, addirittura annoiata da adulta (alcuni passaggi del “Ritratto di Dorian Grey” di Oscar Wilde, che per me è stato un romanzo di formazione anche del gusto per la letteratura, un vero e proprio rito di passaggio; “Il mastino dei Baskerville” di Conan Doyle, che mi aveva incantata con la descrizione della brughiera ma che si è rivelato molto meno appassionante come giallo; la scrittura di “American Tabloid” di James Ellroy, fitta, frammentata, devastante), ma mai il contrario, anche perchè difficilmente siamo disposti a riprendere in mano un libro che non ci è piaciuto. Leggere è un'attività che assorbe tempo e non sembra sensato sprecarne dietro a pagine che già abbiamo sperimentato come non esaltanti. Quando rimaniamo delusi è -abbastanza banalmente- perchè la nostra esperienza supera quello che eravamo in quel determinato momento e a volte le emozioni che abbiamo provato vengono sommerse dalla consapevolezza che il prodotto letterario non ci piace più, non aderisce più a quello che siamo e cerchiamo ora, o che era qualitativamente più modesto di quanto ci ricordavamo. Insomma, non dipende solo dal libro, ma da noi, da quanto siamo cambiati. Certo, migliore è lo scritto, più difficile è che si possa essere delusi. Ed essere riletti non è per tutti i libri. Non è un caso che ci si senta più portati a rileggere i classici, che facilmente apprezzeremo come prima e più di prima trovandovi sempre qualcosa di nuovo che fa eco al noi di quel momento. Io stessa ammetto che incalzata dai consigli di critici e amici potrei forse rileggere “Il Gattopardo” o Cesare Pavese (inflittimi alle scuole superiori e cancellati dalla memoria), e non escludo che potrei cambiare la mia opinione su di loro.
La lettura è emotiva e di quella ricordiamo soprattutto le sensazioni, il divertimento o la noia, mentre la rilettura è di testa: pure senza intenzione analizziamo la lingua, ci fermiamo sui passaggi più belli, le relazioni tra i personaggi, i sottotesti, i particolari che non avevamo notato o non ricordavamo. Ciò non toglie nulla al piacere, anzi: è un piacere diverso, in un certo senso più consapevole e più profondo. Rileggendo qualche mese fa “Cuore di Tenebra” di Conrad, dopo sei anni vi ho ritrovato lo stesso senso di caduta e di follia che avevo sperimentato la prima volta – in questo è un libro straordinario, sul piano del coinvolgimento emotivo rimane intatto e “pericoloso”- e in più considerazioni nuove, legate anche ai temi del razzismo e dell'imperialismo.
La mia lentezza di lettura m'impedisce però di ripetere troppo spesso l'esperimento perchè ci sono tantissimi libri che vorrei leggere e anche così chissà quanti non riuscirò mai nemmeno ad aprire.
Ma se decidessi di invertire la rotta e tornare sui miei passi letterari, quali libri vorrei rileggere? Ecco alcuni titoli. Ovviamente sono libri che ho amato, ognuno per motivi diversi, e noterete che molti sono classici...

“Huckleberry Finn” di Mark Twain,
“Il segno dei quattro” di Arthur Conan Doyle,
“Il Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov,
“I racconti di Pietroburgo” di Nikolaij Gogol,
“Il canto della neve silenziosa” di Hubert Selby Jr,
“Il giovane Holden” di Salinger (un altro caso di rilettura seriale: per tre volte l'ho completato e pur piacendomi non ho mai compreso il grande entusiasmo dei critici)
“Freddo a Luglio” di Joe Lansdale
“Sotto la pelle” di Michel Faber