lunedì 2 novembre 2009

L'odio: Giuseppe Genna "Dies Irae", prima parte

Non lo faccio mai. Voglio dire, non scrivo mai di un libro che non ho ancora finito di leggere. Ma questa volta sento il bisogno di parlarne. Il tizio che mi ha prestato "Dies Irae" di Giuseppe Genna me lo ha pubblicizzato come se l'avesse scritto lui. Bellissimo, bellissimo, durissimo.
In passato con questa persona ho condiviso diverse letture, Ellroy soprattutto. Sangue, pestaggi, intrighi e violenza a tutto spiano. Non mi ritengo una perbenista, il sangue non mi fa impressione e credo di non essere un tipo particolarmente influenzabile, da anni mi nutro di horror e noir.
Ora sono pressapoco a pagina 254 e mi sto chiedendo se sia il caso di continuare a leggere quest'opera. Opera, non saprei neanche se sia il caso di chiamarlo libro, o romanzo. Io lo sto percependo come uno sfogo, un rigurgito, un'emorragia di memorie dolorosissime, proprie di Genna e di altre persone che ha conosciuto.
Parte da un ricordo comune a tantissimi, la tragedia del piccolo Alfredo Rampi, morto in fondo ad un pozzo nella primavera del 1981 , facendo inizialmente pensare che si tratti di un thriller-inchiesta su quella terribile vicenda. Già così ce n'è abbastanza per far star male un sacco di gente, me compresa. Si tratta di una ferita che rimane nel profondo di tutti quelli che vi hanno assistito, nonostante da allora si sia visto di tutto, compreso lo scoppio della prima guerra del Golfo in diretta, la caduta delle torri gemelle e un omicidio di camorra filmato e diffuso attraverso giornali e tv. Alfredo Rampi non l'ha visto nessuno mentre era nel pozzo, nessuno ha sentito la sua voce, eppure ci ha cambiato la vita, ci ha piegato dentro, la sua morte ha spezzato qualcosa che non si può riparare e non si può curare.
Genna inizia da lì per poi cominciare a parlare di sè, della sua famiglia, della sua giovinezza e dei dolori che si porta dietro. Ci sta che uno si sfoghi, ci sta che uno scriva per fare i conti con sè stesso, coi propri incubi e le proprie paure. E' un libro impubblicabile, lo dice lui stesso, un libro che non vende, perchè è roba vera, forse.
Io lo capisco, tutti scrivono per parlare di sè stessi e regolare i propri conti, ma quando alle proprie sofferenze, alla storia terribile di Alfredo Rampi, ai presunti intrighi dietro di essa si aggiungono le storie di altri due personaggi, Paola e Monica, la situazione diventa insostenibile. Soprattutto la storia di Paola, ex tossicomane, vittima di violenza in famiglia, ti porta veramente sull'orlo del suicidio. Genna ci si riferisce col suo linguaggio delirante che si avviluppa su sè stesso come una spirale, ripetendosi all'infinito, stritolandoti. Sai cosa sta per arrivare, non è un segreto, lo anticipi facilmente, ma poi.
Non ce la fai, non vuoi andare avanti e vorresti prendere a sberle il tizio che t'ha prestato questa mostruosità. Che senso ha leggere altre 600 pagine circa di quest'orrore? C'è un finale, una redenzione, una salvezza, o va avanti così fino alla fine? Perchè queste sono storie vere, non c'è un pietoso dio scrittore che aggiusta un finale per farti dormire sonni tranquilli. Mi sento che una guardona che spia la sofferenza altrui e non ne ho bisogno, io, non mi pascio di queste cose, mi fanno veramente star male e poi -davvero- non ci dormo la notte.
Non so, in questo momento continuerei a leggere solo per la mia fissazione di finire qualunque libro io inizi.

2 commenti:

cosmic kid ha detto...

Che bella questa prerecensione!
a questo punto come fai a mollare
e lasciare i lettori del blog
in sospeso?

Cristina Pavesi aka Kanonenfrau ha detto...

Mamma mia...mi fai paura quando scrivi cosi...ma ti capisco, anche io non riuscirei a finirlo...figurati che i racconti di Kafka li leggevo solo di giorno perche' la sera mi facevano troppa paura e poi restavo sveglia la notte. E quelli erano solo racconti simbolici...