lunedì 25 maggio 2015

domenica 5 aprile 2015

Vita da scrittore: "Troppe puttane! Troppo canottaggio!"

Gustave Flaubert
Non sono un'appassionata di manuali di scrittura. E' interessante indagare il processo creativo di uno scrittore, tuttavia non so quanto un percorso così personale sia applicabile come regola ad altri. Uno dei volumi migliori di questo genere che abbia letto è  “On writing” di Stephen King, che coniuga piacevolmente racconto del metodo e autobiografia in un testo capace di trasmettere la passione per la scrittura dello scrittore e regalare qualche retroscena sui capolavori della prima parte della sua carriera. Diversamente, Patricia Highsmith  nel suo “Come si scrive un giallo” si rivolge soprattutto agli aspiranti autori, ai quali fornisce regole molto precise, valide per dilettanti e professionisti. Molto professionale ma decisamente freddina.
Non è necessario volersi cimentare con la scrittura per appassionarsi a questo volume a cura di Filippo D'Angelo che propone brani di Flaubert, Zola, Proust e altri intellettuali francesi incentrati sulla sostanza del lavoro letterario, le sue fatiche, le tentazioni di cedere alle lusinghe del mercato, i rapporti coi critici, le poche soddisfazioni. La forma è quella della citazione breve, dell'osservazione puntigliosa, che rende la lettura divertente e scorrevole. Non si tratta però di una collezione di aforismi a cui attigere per scrivere un biglietto d'auguri o per divertire gli amici, bensì di un piccolo trattato in cui si combinano brillantemente teoria della scrittura, biografia, critica e storia della letteratura. Troviamo in queste pagine le amicizie tra letterati e le convinzioni artistiche che li hanno guidati: la parola d'ordine per tutti è lavoro, senza il quale non c'è ispirazione che tenga: è quanto Flaubert, già riconosciuto maestro, ripete a Maupassant nelle sue bellissime lettere, che lo rivelano come un mèntore sincero e appassionato (“Troppe puttane! Troppo canottaggio! Troppo esercizio!...Siete nato per fare dei versi, fatene! Tutto il resto è vano.”); anche Baudelaire nei suoi “Consigli ai giovani letterati” sceglie un modello di scrittore che non si accontenta dell'ispirazione e lavora con dedizione, contrapponendolo inaspettatamente al mito dell'artista ribelle e sregolato, mentre Gide arriva a definire la scrittura un lavoro artigianale. Gli autori sono rigorosi con sé stessi e con i colleghi, quanto più di talento è l'allievo tanto più severe saranno le critiche. Si percepiscono una solidarietà e una compattezza d'intenti
che uniscono questi artisti contro le circostanze e le categorie che minacciano la vita creativa.
L'accurato lavoro di ricerca, selezione e traduzione dell'autore/curatore fa il resto e ci regala un volume tanto ricco e colto quanto piacevole, che ci aiuta a riscoprire le personalita' lettererarie più importanti di un periodo felicissimo della cultura francese e a leggere (e scrivere!) con maggiore consapevolezza e piacere.
(“Troppe puttane! Troppo Canottaggio!”- a cura di Filippo D'Angelo, 2014, Minimum Fax)


giovedì 26 marzo 2015

Book Pride 2015

Ancora poche ore all'apertura di Book Pride, prima fiera nazionale del libro indipendente. Molti editori, molti incontri, un progetto ambizioso che arriva in un momento delicato, in cui la biodiversità letteraria in Italia è in pericolo. Per tutte le informazioni potete consultare il sito dell'iniziativa.

mercoledì 10 dicembre 2014

Entrate in queste teste: William Faulkner "Mentre Morivo"

Con certi libri bisogna lottare: fare a pugni con la storia, parare i colpi della lingua, subire le offese di personaggi insopportabili. Se ne vale la pena, a volte arriviamo in fondo, ma non è chiaro se abbiamo vinto noi, che abbiamo perseverato, o il libro, che ci ha portati fino all'ultima pagina. “Mentre Morivo” come la famiglia che rappresenta, non va mai incontro al lettore, piuttosto si ritira dai suoi tentativi di comprensione e a volte sembra proprio che non voglia farsi leggere. E' duro e impenetrabile come un blocco di pietra o di legno durissimo, un blocco compatto di immagini, parole a volte sconnesse, frasi smozzicate o lunghissime, che partono da un significato e via via sbiadiscono e perdono senso. Dal magma di questa lingua si levano le voci dei Bundren ed emergono, prima confusi, indistinguibili l'uno dall'altro, poi sempre più chiari, i loro profili, netti.
Addie Bundren è morta. Il suo ultimo desiderio era di essere seppellita nella sua città natale, Jefferson, e nonostante la pioggia abbia ingrossato il fiume, che a sua volta ha buttato giù i ponti per arrivarci, la sua famiglia parte su un carro con la bara della donna per esaudire la sua volontà.
Ci sono tutti: Darl, reduce di guerra, Cash il falegname, Jewel, il preferito di Addie, Dewey Dell la figlia, Vardaman il piccolo e Anse, il marito gobbo e sdentato. Partono, incuranti dei moniti dei vicini. Anse e i suoi figli hanno i loro buoni motivi per proseguire nonostante il pericolo, non ascolterebbero nemmeno Dio in persona. Legati a quel corpo e al giuramento fatto come ad una maledizione, i Bundren precipitano all'inferno, tra fuoco e acqua, testardi, inarrestabili. Giungeranno infine a Jefferson in condizioni pietose, seguiti dagli avvoltoi, fisicamente ed emotivamente stremati.
“Mentre morivo” si potrebbe definire un “Apocalypse Now” su un carro trainato da muli, una discesa nell'Ade, un percorso delirante creato dalle menti degli stessi personaggi. La narrazione si sviluppa attraverso i pensieri di protagonisti e comprimari che raccontano in un flusso di coscienza la vicenda, così che il lettore si trova direttamente nella loro testa. Nessuna mediazione, le loro elucubrazioni sono grovigli d'immagini dai quali il lettore estrae, a volte faticosamente, la storia. Si trova però in una posizione addirittura migliore che se ci fosse stato un narratore onnisciente: conosce in prima persona la famiglia e i legami che intrattiene col mondo, dall'interno, come nessun altro potrebbe. Sa quali sono i loro desideri, le loro sofferenze e i rancori che covano dietro l'ostinata unità attorno alla bara. Ognuno di loro pensa in modo differente, con una sua lingua, che a partire dal blocco iniziale si forma e di differenzia durante il libro. Le menti della famiglia ribollono, ma fuori da ognuno di loro la comunicazione è praticamente azzerata. E' questo un presagio della precarietà dei rapporti all'interno del gruppo così testardamente coeso attorno al nucleo rappresentato dalla cassa in cui  riposa Addie: non appena sarà sepolta di lei non resterà in apparenza ricordo, e le passioni e gli odi fino a quel momento controllati, esploderanno.
I Bundren si muovono col loro carro dentro un sogno, una visione apocalittica che sviluppa una trama esile, alla quale si possono dare diverse interpretazioni a seconda dei contesti e attraverso una simbologia complessa. A partire dal titolo che evoca la discesa nell'Ade di Agamennone, si susseguono gli archetipi incarnati dagli stessi figli, che assumono i loro ruoli come in una tragedia greca o in un'allegoria cristiana: Jewel simbolo del peccato e della forza vitale della Terra; Darl il capro espiatorio, l'agnello sacrificale che libera la famiglia dal proprio fardello, ma anche una sorta d'illuminato, essendo l'unico ad aver varcato i confini dello Stato e aver conosciuto il mondo, il depositario dei segreti più intimi di almeno due dei suoi fratelli; Dewey Dell è la maternità, la prosecuzione della vita, Cash è un falegname, altra figura legata alla cristianità, Vardaman infine  l'innocente. E Anse? Per come lo vedo io, il diavolo: nonostante l'aspetto innocuo, egli è dotato di uno strano fascino di cui i vicini sono vittime, e per quanto lo disprezzino sono sempre pronti a soccorrerlo in nome dei valori cristiani e del buon vicinato. Non solo, è lui a spingere la famiglia verso l'abisso, portandola a correre gravi pericoli. Un lupo travestito da agnello insomma, che sfrutta la pietà altrui per raggiungere i propri scopi. L'atmosfera è inoltre caricata dal fanatismo religioso di Cora Tull, e rafforzata dalla presenza degli animali, anche loro simboli forti, dal cavallo, al pesce (la forza della Terra e il simbolo degli antichi cristiani), agli avvoltoi (la morte e dunque la rinascita nella religione cristiana). Addie Bundren, presente in modo preponderante nella prima metà del libro attraverso le parole dei figli, dei vicini e del marito, dopo il suo monologo (un lungo lamento contro gli uomini e la loro superficialità, legata più all'apparenza che alla realtà delle esperienze e delle passioni) perde consistenza, si dissolve e infine svanisce, lasciando ricordo ricordo di sé solo nella prole. Dietro l'apparenza dura e asciutta “Mentre morivo” nasconde un mondo complesso che se William Faulkner avesse voluto descrivere con i mezzi della letteratura più tradizionale avrebbe potuto espandersi anche per molti volumi. Le sue scelte ancora oggi modernissime gli hanno permesso di condensare questo mondo in poche pagine, restituendolo al lettore in tutta la sua allucinata complessità.

(William Faulkner “Mentre morivo”, 2000, Adelphi)


sabato 22 novembre 2014

Salone del Libro Usato

Accidenti, quasi lo mancavo. C'è quasi tutta la domenica per esplorare il Salone Internazionale del Libro Usato di Milano. Tutte le informazioni le trovate qui. Fate scroll della pagina, indirizzo e orari sono a metà pagina. Buon divertimento.

martedì 18 novembre 2014

Quello che sapevamo di Eliana-Bookcity 2014

Ecco qualche foto dell'evento di domenica scorsa al Castello Sforzesco. Un pubblico numeroso, considerati sia l'orario che i problemi di viabilità e trasporti causati dagli allagamenti. Dobbiamo un grande ringraziamento a Bruna Miorelli, che ci ha aiutati durante la preparazione del libro, ha scritto l'introduzione e ci ha accompagnati durante la mattinata a Bookcity.
E se v'interessa acquistare il libro, scrivete numerosi all'indirizzo pennedipollo@gmail.com.
Le foto sono di Elisabetta Piccolo, che ringraziamo.


Ecco le Penne di Pollo! Meno una che si è fermata a firmare autografi. A sinistra, Bruna Miorelli

sabato 15 novembre 2014

Quello che sapevamo di Eliana


Mancano poche ore all'evento di cui vi avevo accennato qualche post fa, "Quello che sapevamo di Eliana", inserito nel programma di Bookcity 2014. Si tratta di un progetto di scrittura condivisa delle Penne di Pollo, un gruppo di aspiranti scrittori di cui faccio parte, che si è sviluppato dalla tarda primavera all'autunno di quest'anno. L'idea non è nuova ma sempre accattivante, creare un personaggio (il nostro si chiama Eliana Cascia) con le voci di chi lo conosce o -come in questo caso- lo ha conosciuto, ricostruendo, confermando o distruggendo l'immagine nota ai più. Partendo da un necrologio scritto ad hoc dal Presidente del gruppo ognuno dei partecipanti ha scritto un racconto da un diverso punto di vista: di un parente, un amico, qualcuno che conosceva la protagonista solo di fama ma non personalmente. Ne è venuto fuori un ritratto eterogeneo e speriamo interessante. Domani alle ore 10 nelle Sale Panoramiche del Castello Sforzesco di Milano presenteremo il volume in cui sono raccolti i racconti e chi vorrà potrà prenotare il libro, disponibile a breve, anche in formato ebook
Se vi va, ci si vede lì.