mercoledì 10 dicembre 2014

Entrate in queste teste: William Faulkner "Mentre Morivo"

Con certi libri bisogna lottare: fare a pugni con la storia, parare i colpi della lingua, subire le offese di personaggi insopportabili. Se ne vale la pena, a volte arriviamo in fondo, ma non è chiaro se abbiamo vinto noi, che abbiamo perseverato, o il libro, che ci ha portati fino all'ultima pagina. “Mentre Morivo” come la famiglia che rappresenta, non va mai incontro al lettore, piuttosto si ritira dai suoi tentativi di comprensione e a volte sembra proprio che non voglia farsi leggere. E' duro e impenetrabile come un blocco di pietra o di legno durissimo, un blocco compatto di immagini, parole a volte sconnesse, frasi smozzicate o lunghissime, che partono da un significato e via via sbiadiscono e perdono senso. Dal magma di questa lingua si levano le voci dei Bundren ed emergono, prima confusi, indistinguibili l'uno dall'altro, poi sempre più chiari, i loro profili, netti.
Addie Bundren è morta. Il suo ultimo desiderio era di essere seppellita nella sua città natale, Jefferson, e nonostante la pioggia abbia ingrossato il fiume, che a sua volta ha buttato giù i ponti per arrivarci, la sua famiglia parte su un carro con la bara della donna per esaudire la sua volontà.
Ci sono tutti: Darl, reduce di guerra, Cash il falegname, Jewel, il preferito di Addie, Dewey Dell la figlia, Vardaman il piccolo e Anse, il marito gobbo e sdentato. Partono, incuranti dei moniti dei vicini. Anse e i suoi figli hanno i loro buoni motivi per proseguire nonostante il pericolo, non ascolterebbero nemmeno Dio in persona. Legati a quel corpo e al giuramento fatto come ad una maledizione, i Bundren precipitano all'inferno, tra fuoco e acqua, testardi, inarrestabili. Giungeranno infine a Jefferson in condizioni pietose, seguiti dagli avvoltoi, fisicamente ed emotivamente stremati.
“Mentre morivo” si potrebbe definire un “Apocalypse Now” su un carro trainato da muli, una discesa nell'Ade, un percorso delirante creato dalle menti degli stessi personaggi. La narrazione si sviluppa attraverso i pensieri di protagonisti e comprimari che raccontano in un flusso di coscienza la vicenda, così che il lettore si trova direttamente nella loro testa. Nessuna mediazione, le loro elucubrazioni sono grovigli d'immagini dai quali il lettore estrae, a volte faticosamente, la storia. Si trova però in una posizione addirittura migliore che se ci fosse stato un narratore onnisciente: conosce in prima persona la famiglia e i legami che intrattiene col mondo, dall'interno, come nessun altro potrebbe. Sa quali sono i loro desideri, le loro sofferenze e i rancori che covano dietro l'ostinata unità attorno alla bara. Ognuno di loro pensa in modo differente, con una sua lingua, che a partire dal blocco iniziale si forma e di differenzia durante il libro. Le menti della famiglia ribollono, ma fuori da ognuno di loro la comunicazione è praticamente azzerata. E' questo un presagio della precarietà dei rapporti all'interno del gruppo così testardamente coeso attorno al nucleo rappresentato dalla cassa in cui  riposa Addie: non appena sarà sepolta di lei non resterà in apparenza ricordo, e le passioni e gli odi fino a quel momento controllati, esploderanno.
I Bundren si muovono col loro carro dentro un sogno, una visione apocalittica che sviluppa una trama esile, alla quale si possono dare diverse interpretazioni a seconda dei contesti e attraverso una simbologia complessa. A partire dal titolo che evoca la discesa nell'Ade di Agamennone, si susseguono gli archetipi incarnati dagli stessi figli, che assumono i loro ruoli come in una tragedia greca o in un'allegoria cristiana: Jewel simbolo del peccato e della forza vitale della Terra; Darl il capro espiatorio, l'agnello sacrificale che libera la famiglia dal proprio fardello, ma anche una sorta d'illuminato, essendo l'unico ad aver varcato i confini dello Stato e aver conosciuto il mondo, il depositario dei segreti più intimi di almeno due dei suoi fratelli; Dewey Dell è la maternità, la prosecuzione della vita, Cash è un falegname, altra figura legata alla cristianità, Vardaman infine  l'innocente. E Anse? Per come lo vedo io, il diavolo: nonostante l'aspetto innocuo, egli è dotato di uno strano fascino di cui i vicini sono vittime, e per quanto lo disprezzino sono sempre pronti a soccorrerlo in nome dei valori cristiani e del buon vicinato. Non solo, è lui a spingere la famiglia verso l'abisso, portandola a correre gravi pericoli. Un lupo travestito da agnello insomma, che sfrutta la pietà altrui per raggiungere i propri scopi. L'atmosfera è inoltre caricata dal fanatismo religioso di Cora Tull, e rafforzata dalla presenza degli animali, anche loro simboli forti, dal cavallo, al pesce (la forza della Terra e il simbolo degli antichi cristiani), agli avvoltoi (la morte e dunque la rinascita nella religione cristiana). Addie Bundren, presente in modo preponderante nella prima metà del libro attraverso le parole dei figli, dei vicini e del marito, dopo il suo monologo (un lungo lamento contro gli uomini e la loro superficialità, legata più all'apparenza che alla realtà delle esperienze e delle passioni) perde consistenza, si dissolve e infine svanisce, lasciando ricordo ricordo di sé solo nella prole. Dietro l'apparenza dura e asciutta “Mentre morivo” nasconde un mondo complesso che se William Faulkner avesse voluto descrivere con i mezzi della letteratura più tradizionale avrebbe potuto espandersi anche per molti volumi. Le sue scelte ancora oggi modernissime gli hanno permesso di condensare questo mondo in poche pagine, restituendolo al lettore in tutta la sua allucinata complessità.

(William Faulkner “Mentre morivo”, 2000, Adelphi)


sabato 22 novembre 2014

Salone del Libro Usato

Accidenti, quasi lo mancavo. C'è quasi tutta la domenica per esplorare il Salone Internazionale del Libro Usato di Milano. Tutte le informazioni le trovate qui. Fate scroll della pagina, indirizzo e orari sono a metà pagina. Buon divertimento.

martedì 18 novembre 2014

Quello che sapevamo di Eliana-Bookcity 2014

Ecco qualche foto dell'evento di domenica scorsa al Castello Sforzesco. Un pubblico numeroso, considerati sia l'orario che i problemi di viabilità e trasporti causati dagli allagamenti. Dobbiamo un grande ringraziamento a Bruna Miorelli, che ci ha aiutati durante la preparazione del libro, ha scritto l'introduzione e ci ha accompagnati durante la mattinata a Bookcity.
E se v'interessa acquistare il libro, scrivete numerosi all'indirizzo pennedipollo@gmail.com.
Le foto sono di Elisabetta Piccolo, che ringraziamo.


Ecco le Penne di Pollo! Meno una che si è fermata a firmare autografi. A sinistra, Bruna Miorelli

sabato 15 novembre 2014

Quello che sapevamo di Eliana


Mancano poche ore all'evento di cui vi avevo accennato qualche post fa, "Quello che sapevamo di Eliana", inserito nel programma di Bookcity 2014. Si tratta di un progetto di scrittura condivisa delle Penne di Pollo, un gruppo di aspiranti scrittori di cui faccio parte, che si è sviluppato dalla tarda primavera all'autunno di quest'anno. L'idea non è nuova ma sempre accattivante, creare un personaggio (il nostro si chiama Eliana Cascia) con le voci di chi lo conosce o -come in questo caso- lo ha conosciuto, ricostruendo, confermando o distruggendo l'immagine nota ai più. Partendo da un necrologio scritto ad hoc dal Presidente del gruppo ognuno dei partecipanti ha scritto un racconto da un diverso punto di vista: di un parente, un amico, qualcuno che conosceva la protagonista solo di fama ma non personalmente. Ne è venuto fuori un ritratto eterogeneo e speriamo interessante. Domani alle ore 10 nelle Sale Panoramiche del Castello Sforzesco di Milano presenteremo il volume in cui sono raccolti i racconti e chi vorrà potrà prenotare il libro, disponibile a breve, anche in formato ebook
Se vi va, ci si vede lì.

giovedì 13 novembre 2014

Street art


Vi propongo un divertente post in cui sono raccolte immagini di graffiti ispirati alla letteratura. Non sono tutti capolavori, però qualcuno è davvero interessante. Cliccate QUI

mercoledì 12 novembre 2014

Né carne né pesce: Jean Dutourd, "Testa di Cane"

Edmond Du Chaillu nasce con un destino segnato e, a parte lui, tutti ne sono immediatamente consapevoli. Appena vedono la sua testa di cucciolo di Spaniel sul corpicino di bambino, i signori Du Chaillu sono sommersi dall'orrore e dalla vergogna, la mente di entrambi entra in corto circuito dal quale non si riprendono. Scioccati, privi di riferimenti e guidati da perbenismo e paranoia, impongono al piccolo una bizzara educazione fatta di severità, panico e un'estrema confusione. Edmond sarebbe un bambino (quasi) del tutto normale, in grado di vedere la propria diversità positivamente se l'atteggiamento dei genitori -più delle prese in giro dei compagni di scuola e della pietà degli insegnanti- non gli creasse i primi traumi e i primi complessi che riemergeranno sempre più forti nel tempo. Nonostante tutto Edmond studia, si laurea, cerca di entrare nel mondo degli uomini, al quale sente di appartenere. Ne viene respinto brutalmente, abbandonato dalla madre e dal padre, e dagli altri a volte compatito a volte deriso. Trova comprensione solo in poche persone che lo apprezzano e si dispiacciono per la sua situazione. Eppure non si arrende, prova e riprova attraversando decine di esperienze diverse, tutte destinate a portargli dolore.
Un solo evento nella vita di un individuo, altrimenti comune e incolore, ne diventa il punto focale attorno al quale quell'esistenza si forma e si struttura. Senza la testa di Spaniel la storia di Edmond non esisterebbe, è questa a renderlo speciale, degno di nota e per quanta sofferenza lui possa provare non arriva mai a odiare la sua parte canina. E' anzi affascinato dalla propria unicità e in cerca di origini che giustifichino la sua esistenza, trova suoi fratelli nella mitologia: il Minotauro e gli dèi egizi, esseri potenti e superiori che incutevano terrore agli uomini e di cui Edmond è l'erede. Nella società moderna gli dèi sono ancora temuti ma non si cerca più la loro benevolenza. La diversità da simbolo di potenza è diventata debolezza, gli dèi diventano mostri, esorcizzati e annichiliti con l'esclusione e lo scherno.Trascinato dalle emozioni Edmond attraversa ogni periodo della propria vita inconsciamente in bilico fra l'animale e l'uomo: la dicotomia è tanto evidente che il desiderio di essere incluso a pieno titolo in uno dei due gruppi appare talvolta come una forzatura che lui stesso s'impone, pur di trovare una collocazione sociale ed emotiva.
Qualcuno leggendo questa storia potrebbe paragonarla a “Cuore di cane” di Mikhail Bulgakov, in cui troviamo una situazione che apparentemente sovrapponibile; ma mentre quello è un'allegoria politica e sociale in cui la trasformazione di un cane in uomo è metafora del cambiamento operato dalla rivoluzione comunista nelle classi sociali russe, “Testa di cane” esplora l'animo umano e la società, svelata come un branco minaccioso pronto a scacciare il diverso, il nuovo. E se Pallino, il randagio usato come carne da esperimento dal dottor Preobraženskij, era cane fino in fondo e come tale continuava a comportarsi, sfruttando le maniere umane per ribellarsi al proprio “creatore”, al contrario Edmond cerca di uniformarsi, di essere uguale agli altri. La contrapposizione tra ragione umana e natura si personifica in lui, pronto a qualsiasi cosa pur di essere accettato dalla prima e spinto dall'istinto e dalla disperazione verso l'irrazionale e il selvaggio. Non imparerà mai a conoscere a fondo gli uomini, non riuscirà mai a comprendere abbastanza la loro mente, così simile in fondo a quella dei cani: scacciato, deriso, disilluso, troverà il solo rifugio possibile nella cancellazione di quel mondo che lo ha rifiutato “sprofondando nel cane” (come scrive Dutourd) e accettando finalmente la propria terribile strada.
In queste poche pagine è contenuta una riflessione profonda sull'esclusione di chi non ci somiglia, tanto potente che a tratti si prova angoscia e disgusto, e lo spensierato sottotitolo: “Cronanca spassosa di una vita infelice” appare davvero troppo crudele. Kurt Vonnegut diceva che l'umorismo è una reazione quasi fisiologica alla paura e trovo che questo aforisma andrebbe aggiunto sul frontespizio, perché nonostante lo stile leggero e brillante, la quantità di personaggi curiosi che s'incontrano e la grande simpatia per il protagonista, questa storia lascia impauriti, per come siamo e come potremmo diventare se il nostro branco ci scacciasse.

(Jean Dutourd, “Testa di Cane”, 2013 Vinili ISBN edizioni )





venerdì 24 ottobre 2014

Bookcity 2014


Tra poche settimane torna Bookcity, la manifestazione legata all'amore per i libri che per quattro giorni renderà meno triste e più interessante stare a Milano. Quest'anno il gruppo di aspiranti scrittori di cui faccio parte, "Le Penne di Pollo" presenterà un libro (disponibile anche in versione ebook) al quale abbiamo contribuito con tredici racconti. La presentazione si terrà domenica 16 Novembre al Castello Sforzesco. Per tutte le informazioni vi rimando a questo link .
Vi aspettiamo!