martedì 1 maggio 2012

Dietro il sipario: "La Boutique del Mistero"

Quando lavoravo in banca, diversi anni fa, il mio fidanzato mi prestò "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati. Non riuscii a finirlo: la somiglianza tra l'inutile attesa del tenente Drogo per un nemico che mai verrà e la monotona attività impiegatizia che svolgevo era troppo disturbante. L'atmosfera surreale m'inquietava, ma  l'idea alla base del romanzo era veramente originale, decisamente fuori dagli schemi della letteratura italiana.

Dino Buzzati era veramente uno scrittore unico, dall'immaginazione caleidoscopica che ha saputo cogliere quanto di onirico si celi nelle nostre vite, insinuando nel lettore la consapevolezza di una realtà al di là di quella che viviamo, in cui ciò che vediamo, sentiamo e facciamo è parte di un più grande, ineludibile oscuro disegno, ed è sufficiente spostare leggermente lo sguardo per vedere dietro alla normalità come dietro una quinta teatrale, e convincersi che non c'è niente che sia realmente in nostro controllo.

I luoghi di questi racconti (scelti personalmente dall'autore) sono case alto borghesi popolate da personaggi legati ad un glorioso passato ormai estinto, paesini di montagna in cui vivono santi uomini, le strade della Milano di un tempo ormai perduto, silenziose, nebbiose, piene degli echi di passi sconosciuti.
Si tratta di narrazioni brevi e intense, sfuggenti come ombre, che nascono a volte da notazioni -anche autobiografiche-  impressioni, altre volte sono visioni surreali; comunque non seguono il classico schema con colpo di scena finale. Una scelta questa che rende più sfumati i contorni e li priva di un'aspettativa risolutrice.
Ma ci sono anche favole, magari a sfondo religioso come "Il cane che ha visto Dio", che sembra la trascrizione di un racconto popolare, o sketch esilaranti dal finale inquietante come "Il disco si posò", in cui un umile parroco incontra gli alieni, o ancora fantasie minime che ribaltano la logica del conosciuto, come "Una goccia" o "Conigli sotto la luna".
Buzzati riesce ad essere un critico feroce della società, pur rimanendo -grazie al suo stile limpido in cui le considerazioni profonde sono tessute nelle fibre della storia- quasi esterno a ciò che racconta: in "Eppure bussano alla porta" mette in scena la fine di un mondo vetero borghese troppo preso da sè stesso per accorgersi si stare per sparire; si prende gioco delle convenzioni sociali in "Il corridoio di un grande albergo", e in "La ragazza che precipita" riflette con amarezza sulla disillusione dei sogni della giovinezza (ricollegandosi involontariamente e perfettamente con alcune vicende del recente passato italiano).
Non risparmia le figure della religione istituzionalizzata, che spesso (anche se non sempre) tratta con sfiducia, pur conservando un affetto quasi fanciullesco per la fede saggia ed  ingenua degli eremiti e dei santi minori, coloro che vivono una religione lontana dai palazzi e dalle chiese, ma vicina all'uomo e alla natura.
Tra le pagine troviamo anche una bellissima, struggente poesia in prosa, "Inviti superflui", di cui ho pubblicato l'incipit qualche giorno fa.

Questi racconti vivono in un tempo al confine tra antico e modernità, tra il mondo ormai quasi mitico dell'infanzia e quello del presente, forse più inquietante ed in cui è più difficile accettare la presenza di quel "disegno" di cui parlavo all'inizio.
Dino Buzzati soffrì molto del continuo paragone con Franz Kafka, al quale veniva continuamente avvicinato. Questi scrittori hanno certamente in comune l'elemento fantastico, tuttavia trovo che sia estremamente riduttivo ricondurre al solo autore praghese tutti i lavori del nostro, non solo perchè i temi si somigliano solo superficialmente, ma anche perchè ci sono evidenti differenze tra le due produzioni, dettate sia da circostanze personali (ad esempio il rapporto col padre, che -al contrario di Kafka- per Buzzati non fu conflittuale), da questioni territoriali (Buzzati è molto legato alla cultura delle montagne, e si sente), sia da stili letterari e da ispirazioni diverse.  Lo stesso tema del "disegno oscuro" a cui accennavo sopra, viene posto dall'autore praghese come una specie di complotto segreto, mentre negli scritti di Buzzati diventa qualcosa di altrettanto ineludibile ma più vicino a quello che chiamiamo destino.

Uno scrittore di cui forse ancora non s'è compresa l'importanza.
(Dino Buzzati "La Boutique del Mistero" 2000, Mondadori)




martedì 3 aprile 2012

Incipit del giorno

"Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo."
Dino Buzzati, da "Inviti superflui", racconto contenuto ne "La boutique del mistero".

venerdì 30 marzo 2012

The fantastic flyng books of Mr. Morris Lessmore

Un bellissimo cortometraggio d'animazione che è anche omaggio all'immenso Buster Keaton... Guardatelo qui...

giovedì 22 marzo 2012

domenica 11 marzo 2012

Concorso

C'è ancora un pò di tempo per partecipare a questo concorso !

Destini



I libri in generale, e quelli di Kurt Vonnegut in particolare, hanno la capacità di arrivare al lettore nel momento più adatto, quando sta rimuginando qualcosa che calza a pennello con la lettura di questo o quel titolo, che ne stiamo andando in cerca o meno. Quando ho preso in mano “Dio la benedica Mr.Rosewater” meditavo su...vediamo se lo capite.

Quando Vonnegut compose questo romanzo aveva in mente diversi argomenti: il sogno americano, il destino, la ricchezza come un merito, una fortuna o una dannazione che genera atroci sensi di colpa, il potere nelle mani sbagliate, l'amore per il prossimo per quanto diverso da noi sia, eccetera eccetera.
In più, questa volta troviamo i temi esistenziali che sempre accompagnano i personaggi di Vonnegut legati esplicitamente a questioni fortemente politiche che mettono in crisi l'intero impianto della cultura dell'America come Terra delle opportunità e Casa dei coraggiosi: gli Stati Uniti come li conosciamo sono infatti figli di pochi furboni calcolatori che si sono accaparrati il grosso delle risorse del paese a discapito di molti che sono magari serviti come carne da cannone al suono di slogan patriottici.
Vi ricorda qualcosa?
Ora gli eredi di questi avidi e scaltri figuri sono al comando del paese (mentre in milioni vivono modestamente o addirittura in povertà per la sola mancanza di non essere nati nella giusta famiglia), nonostante siano spesso incompetenti e addirittura stupidi, del tutto indegni della fortuna che gli è toccata in sorte.
Vi ricorda qualcosa?

Eliot Rosewater è l'erede dell'incredibile fortuna dei Rosewater, una famiglia tanto potente che ha dato (in stile feudale) il proprio nome ad una piccola contea abitata da villici ignoranti. Reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, forse a causa dei traumi subiti, cerca un nuovo senso alla propria esistenza mettendosi completamente al servizio di queste persone apparentemente immeritevoli, anima, corpo e portafogli.
Il suo comportamento suscita la devozione di coloro a cui si dedica e le ire del padre, Senatore del governo degli Stati Uniti; anche l'innamoratissima moglie finirà per lasciarlo, schiacciata dall'annullamento totale dei propri desideri a favore di quelli altrui e convinta che Eliot sia andato fuori di testa.
Nel frattempo a Pisquontuit nel Rhode Island, Fred Rosewater arranca in un'esistenza deprimente. Sopravvive vendendo assicurazioni sulla vita, mentre la moglie, sogna un'esistenza di agi e indossa abiti che gli passa una ricca e stupida lesbica locale. Fred non lo sa, ma è un Rosewater parente dei Rosewater della contea di Rosewater, ricchi e potenti, e come tale potrebbe aver diritto a parte del loro immenso patrimonio.
Una sorta di “Il Principe e il Povero” aggiornato, in cui i due personaggi principali non s'incontrano mai e di fatto le loro vicende personali rimangono totalmente separate pur appartenendo alla stessa storia.

Anche solo per questo, “Dio la benedica Mr. Rosewater” è un libro anomalo nella produzione di Kurt Vonnegut, in cui il protagonista è in genere il baricentro al quale tutti gli altri personaggi, compresi i più oscuri, si trovano collegati da una serie di mirabolanti coincidenze. Qui il legame è chiaro, non ci sono in questo senso colpi di scena e d'altronde Eliot (soprattutto lui) e Fred -i due contendenti alla fortuna dei Rosewater- talvolta scompaiono, inghiottiti dallo sfondo delle città dove vivono, ed in cui prendono vita i paradossi della storia degli Stati Uniti e l'ingiustizia del loro sistema economico.
Benchè gravido di temi e personaggi che verranno sviluppati nel successivo “Mattatoio 5”, questo è un romanzo con obiettivi precisi e ben diversi, e la scrittura non è né quella dei classici “fantascientifici” di Vonnegut, nè quella di opere dalla struttura più “convenzionale” (mi rendo conto che il termine sia inappropriato) come “Barbablù”. Questo è un altro Vonnegut ancora, più sottile eppure esplicito nelle intenzioni.

Tra le parti che più delizieranno i fan storici dello scrittore, uno splendido cameo di Kilgoure Trout in veste inedita di consigliere del Senatore Rosewater. E troviamo tra queste pagine anche il brano che ispirò lo scrittore Philip Josè Farmer per la stesura di “Venere sulla conchiglia”, recensito qualche tempo fa.

Forse questo può sembrare un libro minore comparato con altra produzione di Kurt Vonnegut, ma a mio parere è molto ben riuscito, un po' anarchico, attuale. La bella traduzione di Vincenzo Mantovani fa il resto.

(Kurt Vonnegut “Dio la benedica Mr. Rosewater” 2005 I Narratori Feltrinelli)