mercoledì 12 novembre 2014

Né carne né pesce: Jean Dutourd, "Testa di Cane"

Edmond Du Chaillu nasce con un destino segnato e, a parte lui, tutti ne sono immediatamente consapevoli. Appena vedono la sua testa di cucciolo di Spaniel sul corpicino di bambino, i signori Du Chaillu sono sommersi dall'orrore e dalla vergogna, la mente di entrambi entra in corto circuito dal quale non si riprendono. Scioccati, privi di riferimenti e guidati da perbenismo e paranoia, impongono al piccolo una bizzara educazione fatta di severità, panico e un'estrema confusione. Edmond sarebbe un bambino (quasi) del tutto normale, in grado di vedere la propria diversità positivamente se l'atteggiamento dei genitori -più delle prese in giro dei compagni di scuola e della pietà degli insegnanti- non gli creasse i primi traumi e i primi complessi che riemergeranno sempre più forti nel tempo. Nonostante tutto Edmond studia, si laurea, cerca di entrare nel mondo degli uomini, al quale sente di appartenere. Ne viene respinto brutalmente, abbandonato dalla madre e dal padre, e dagli altri a volte compatito a volte deriso. Trova comprensione solo in poche persone che lo apprezzano e si dispiacciono per la sua situazione. Eppure non si arrende, prova e riprova attraversando decine di esperienze diverse, tutte destinate a portargli dolore.
Un solo evento nella vita di un individuo, altrimenti comune e incolore, ne diventa il punto focale attorno al quale quell'esistenza si forma e si struttura. Senza la testa di Spaniel la storia di Edmond non esisterebbe, è questa a renderlo speciale, degno di nota e per quanta sofferenza lui possa provare non arriva mai a odiare la sua parte canina. E' anzi affascinato dalla propria unicità e in cerca di origini che giustifichino la sua esistenza, trova suoi fratelli nella mitologia: il Minotauro e gli dèi egizi, esseri potenti e superiori che incutevano terrore agli uomini e di cui Edmond è l'erede. Nella società moderna gli dèi sono ancora temuti ma non si cerca più la loro benevolenza. La diversità da simbolo di potenza è diventata debolezza, gli dèi diventano mostri, esorcizzati e annichiliti con l'esclusione e lo scherno.Trascinato dalle emozioni Edmond attraversa ogni periodo della propria vita inconsciamente in bilico fra l'animale e l'uomo: la dicotomia è tanto evidente che il desiderio di essere incluso a pieno titolo in uno dei due gruppi appare talvolta come una forzatura che lui stesso s'impone, pur di trovare una collocazione sociale ed emotiva.
Qualcuno leggendo questa storia potrebbe paragonarla a “Cuore di cane” di Mikhail Bulgakov, in cui troviamo una situazione che apparentemente sovrapponibile; ma mentre quello è un'allegoria politica e sociale in cui la trasformazione di un cane in uomo è metafora del cambiamento operato dalla rivoluzione comunista nelle classi sociali russe, “Testa di cane” esplora l'animo umano e la società, svelata come un branco minaccioso pronto a scacciare il diverso, il nuovo. E se Pallino, il randagio usato come carne da esperimento dal dottor Preobraženskij, era cane fino in fondo e come tale continuava a comportarsi, sfruttando le maniere umane per ribellarsi al proprio “creatore”, al contrario Edmond cerca di uniformarsi, di essere uguale agli altri. La contrapposizione tra ragione umana e natura si personifica in lui, pronto a qualsiasi cosa pur di essere accettato dalla prima e spinto dall'istinto e dalla disperazione verso l'irrazionale e il selvaggio. Non imparerà mai a conoscere a fondo gli uomini, non riuscirà mai a comprendere abbastanza la loro mente, così simile in fondo a quella dei cani: scacciato, deriso, disilluso, troverà il solo rifugio possibile nella cancellazione di quel mondo che lo ha rifiutato “sprofondando nel cane” (come scrive Dutourd) e accettando finalmente la propria terribile strada.
In queste poche pagine è contenuta una riflessione profonda sull'esclusione di chi non ci somiglia, tanto potente che a tratti si prova angoscia e disgusto, e lo spensierato sottotitolo: “Cronanca spassosa di una vita infelice” appare davvero troppo crudele. Kurt Vonnegut diceva che l'umorismo è una reazione quasi fisiologica alla paura e trovo che questo aforisma andrebbe aggiunto sul frontespizio, perché nonostante lo stile leggero e brillante, la quantità di personaggi curiosi che s'incontrano e la grande simpatia per il protagonista, questa storia lascia impauriti, per come siamo e come potremmo diventare se il nostro branco ci scacciasse.

(Jean Dutourd, “Testa di Cane”, 2013 Vinili ISBN edizioni )





venerdì 24 ottobre 2014

Bookcity 2014


Tra poche settimane torna Bookcity, la manifestazione legata all'amore per i libri che per quattro giorni renderà meno triste e più interessante stare a Milano. Quest'anno il gruppo di aspiranti scrittori di cui faccio parte, "Le Penne di Pollo" presenterà un libro (disponibile anche in versione ebook) al quale abbiamo contribuito con tredici racconti. La presentazione si terrà domenica 16 Novembre al Castello Sforzesco. Per tutte le informazioni vi rimando a questo link .
Vi aspettiamo!

domenica 14 settembre 2014

Aurora Boreale: John Cheever, "I racconti"

Se John Cheever fosse vissuto a Parigi negli anni venti del secolo scorso e avesse fatto parte della "Festa Mobile" di Hemingway e Fitzgerald godrebbe oggi della fama che merita e probabilmente alcuni suoi colleghi considerati giganti della letteratura americana uscirebbero fortemente ridimensionati dal confronto con lui. Nato nel 1912, non ebbe però modo di far parte di quel gruppo, visse invece la crisi economica della famiglia, il conseguente etilismo del padre e la separazione dei genitori. Esperienze che influenzarono le sue ambizioni e che emergono e persistono in tutta la sua produzione. Il suo terreno narrativo non era -e forse mai avrebbe potuto essere- quello dell'eroismo guerresco (anche se partecipò al secondo conflitto mondiale) e delle battute di caccia, bensì la quotidianità della città e della suburbia americana punteggiata di villette bianche con giardino immacolato, in cui le giornate si svolgono tra riunioni di comitati per la moralità, barbeque con gli amici, aperitivi (in questi racconti si beve tantissimo), che ne costituiscono la liscia e immutabile superficie e contemporaneamente ne strutturano la macchinosa, rituale socialità.

I personaggi di queste storie sono ricchi ed ex ricchi caduti in disgrazia, operatori degli ascensori nei palazzi in città, impiegati che prendono il treno per andare a lavorare, casalinghe annoiate o super impegnate nei comitati di cui sopra. Persone imbevute di normalità, sospese in un mondo arido ma di apparente benessere di cui hanno nella maggior parte dei casi accettato i limiti; sono legate alle loro certezze e abitudini dalla consapevolezza che è proprio l'appartenere a un gruppo con regole consolidate a dare loro forza sufficiente per sopportare la vita che quel gruppo struttura. Nella maggior parte dei casi nessuno di loro si sognerebbe di andare contro queste regole. Ma per ognuno arriva un momento in cui la vita deraglia dai consueti binari, aprendo la porta all'imprevisto e offrendo talvolta una scelta inaspettata. Come accade ne "Il marito di campagna" in cui un uomo in viaggio d'affari precipita con l'aereo che lo sta portando a casa. Atterra nei campi, e il protagonista torna dalla sua famiglia in tempo per la cena. Per la moglie e i figli non è successo nulla e lui non riuscirà a raccontare (e poi dimenticherà) l'evento straordinario che ha vissuto ma che lo ha irrimediabilmente, segretamente cambiato. O come capita al protagonista di "Chimera": vessato da una moglie capricciosa e depressa, crea per sé un'esistenza diversa e fantastica che sovrappone a quella reale. Cheever al contrario di Richard Yates -suo contemporaneo, col quale condivideva le ambientazioni e caratteri dei personaggi- sembrava amare i sobborghi borghesi di cui scriveva (lui stesso viveva in apparenza la più normale delle esistenze), la vita tranquilla, agiata e prevedibile; contemporaneamente ne disprezzava i codici, e si concesse di osservare lo straniamento di chi si muove con agio nella gabbia delle convenzioni finchè la trova magicamente aperta e ha l'occasione di scappare.
Sono racconti fatti questi soprattutto di incontri, in un mondo reale o immaginario, casuali, cercati o solo sognati, tra persone presenti e assenti, tra destini che -per quanto lontani, perfino di sconosciuti- si influenzano e cambiano le vite altrui.
Una vena surreale pervade le vicende dando una sfumatura più decisa al dramma ("Ballata") e accentuando l'ironia ("Le metamorfosi", "Altri tre racconti" e soprattutto "I gioielli dei Cabot", un concentrato dei temi prediletti dall'autore). Il mondo che Cheever descrive è del tutto riconoscibile e identificabile, ma il suo sguardo vede al di là della vita quotidiana le forze che le danno forma, la bellezza e la purezza che convivono con la meschinità e l' ipocrisia. Crea così il nucleo -o uno dei nuclei- della sua narrativa, ovvero una dicotomia continua tra corruzione dell'animo umano e innocenza, tra la bassezza degli istinti e la redenzione della natura.

Come pochissimi altri poi, egli ha saputo e voluto descrivere la felicità, tema che nella letteratura è tabù perchè considerata noiosa e temuta da taluni artisti come la fine delle aspirazioni e della creazione. Lui la raccontava prendendosi gioco dei pessimisti (quelli veri e quelli che ci si atteggiano) e dei pettegoli ("Il baco nella mela"), sapeva darle leggerezza, dignità e desiderabilità.
Altra ambientazione a lui cara fu l'Italia: sono veramente tanti i racconti ambientati nel nostro paese e leggendoli si può intuire come ci percepivano gli anglosassoni che si scontravano con un paese da presente povero (parliamo degli anni 50'. Cheever visse a Roma nel 1957) e dal fastoso passato, straripante di una bellezza naturale accecante e sensuale che poteva atterrire. I comportamenti curiosi dei nobili decaduti, il pragmatismo sconcertante delle cameriere provenienti da poveri paesi di montagna, la passione liberamente espressa e alla quale noi diamo un valore assoluto, anziché nasconderla e provarne vergogna, avevano un fascino potente e toccavano forse le corde più profonde dell'animo dello scrittore, che sembrava attratto e sconvolto (di nuovo la duplicità e l'ambiguità) da un luogo a volte incomprensibile.
La prosa di Cheever è leggera e il suo stile profondo e originale . L'analisi dei comportamenti imani e l'umorismo lo avvicinano a volte ai racconti di Shirley Jackson, anche lei capace di indicarci i lati oscuri della vita quotidiana di cui siamo segretamente consapevoli (penso alla raccolta "Demoni Amanti"). Le sue storie sono sentite più che pensate, e sono (forse più di quanto lui stesso intendesse) lo specchio fedele dei suoi turbamenti, dolori, aspirazioni. Ciò che resta al lettore è la sensazione che la vita possa avere sempre qualcosa in serbo per gli uomini, che al di là di ciò che vedono gli occhi ci sia una bellezza che non ha nome ma è ovunque.

Il volume è aperto da una bella prefazione di Andrea Bajani e chiuso da una postfaszione di Adelaide Cioni, una delle traduttrici. Devo aggiungere una piccola critica: la copertina di un volume così imponente (e che quindi viene manipolato molto), non essendo in carta patinata e plastificata tende a rovinarsi facilmente. Sono consapevole del coraggioso sforzo economico di Feltrinelli per far conoscere l'opera di John Cheever, ma forse qualcosina in più quest'edizione meritava. In ogni caso, un libro da avere.

(John Cheever "I racconti" 2012, Le Comete Feltrinelli)




mercoledì 30 luglio 2014

Letture radiofoniche

Per gli amanti degli audiolibri segnalo oggi il programma di Radio3 Rai "Ad alta voce", che propone letture integrali di romanzi. In occasione dell'anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale quest'estate vengono proposti libri che raccontano quel conflitto. Oggi si conclude la lettura di "Un anno sull'altipiano" di Emilio Lussu fatta (ottimamente, come siamo abituati) da Marco Paolini. Inizia domani "Niente di nuovo sul fronte occidentale", di Eric Maria Remarque, letto da Elia Shilton.
Alla pagina del programma (www.adaltavoce.rai.it) potete trovare i podcast delle letture passate, ivi compresa quella che si sta per concludere e che vi consiglio.

venerdì 18 luglio 2014

Mentre i mortali comprano: George Saunders, "Nel Paese della Persuasione"

Quando negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso si iniziò a parlare di consumismo, potere degli oggetti, bisogni indotti e pubblicità, forse nessuno era in grado di prevedere a che punto si sarebbe spinta la faccenda. All'inizio perlomeno se ne parlava, gli intellettuali come Pasolini analizzarono ciò che stava succedendo e lanciarono un grido di allarme per quanto sarebbe potuto accadere. Alcuni scrittori di fantascienza (Pohl e Kornbluth, Orwell) ancora prima ci avevano messo in guardia, ma è stato tutto inutile. Lentamente (ma neanche tanto) e inesorabilmente l'ideologia del commercio come forma suprema di libertà ha preso il sopravvento. Le nuove generazioni non hanno un metro di paragone, così non c'è più limite potenziale al potere della pubblicità e del liberismo.
George Saunders mette in scena in questi racconti un mondo in cui il passo successivo al presente è ormai compiuto: il mercato e tutti i suoi annessi sono diventati la forza motrice dell'esistenza e la pubblicità ha assunto un valore evangelico. Le vite dei personaggi sono scandite dai ritmi degli spot, le situazioni che si trovano a vivere sono tipicamente televisive e tutto è giustificabile con l'obiettivo della vendita, e chi non segue l'onda ha vita dura.
Ecco dunque una mamma che restituisce una maschera che applicata sul viso di un neonato simula dei discorsi che sembrano provenire dal piccolo, venire cortesemente ma fermamente redarguita da un dipendente della ditta produttrice che le racconta quanto sia più interessante un neonato parlante invece di un banale bambino che emette versetti senza senso; un nonno costretto a subire centinaia di messaggi pubblicitari attraverso tutti i canali sensoriali per amore del suo nipotino; una coppia cresciuta in una struttura che si occupa di testare nuovi prodotti che si separa allorchè uno dei due decide che il mondo di fuori è più interessante anche se povero e miserabile. E questo è ancora niente. Procedendo nella lettura i racconti diventano via via più surreali, più claustrofobici e spietati finchè il sistema del libero commercio è diventato l'elemento primario e fondante della vita, il suo solo scopo, vero ideale, l'unico fattore che supera divisioni di genere, di età, di formazione, di religione, di opinione politica. In una parola DIO. “Brad Carrigan, Americano” vive in un reality show e la sua vita è alla totale mercé degli sceneggiatori televisivi, delle risate registrate, degli indici d'ascolto. Solo accettando come normale una realtà totalmente fasulla e rifiutando qualunque scrupolo morale può continuare a vivere agiatamente con l'amore di sua moglie, tra una sigletta e l'altra. Anzi, solo così può continuare a vivere. Perchè se vendere è l'unica azione nobile, se la nuova Bibbia è la pubblicità, qualunque considerazione morale diventa bestemmia. Così cresce un egoismo radicale che diventa virtù, perchè in fondo non è colpa nostra, non ci possiamo fare niente e dobbiamo prima pensare alla felicità di chi ci è vicino. Chi cerca di obiettare a questo sistema viene deriso, escluso, umiliato, annichilito con tutta la violenza possibile.
Vivere nel Paese della Persuasione è decisamente mostruoso, eppure si tratta di un luogo che ricorda da vicino non solo agli Stati Uniti, ma a tutto il mondo occidentale, occupato a vendere senza curarsi ormai se c'è qualcuno che comprerà e a diffondere la propria religione commerciale; un paese in cui i vincenti sono coloro che si adeguano al sistema per entrare a farne parte annullando qualunque moralità.
Dietro alla maschera del nostro benessere e del nostro vivere senza pensieri, delle giustificazioni che ci diamo Saunders ci mostra l'abisso in cui sono precipitate le nostre anime. Lo fa con una scrittura abile, capace di narrare il flusso continuo di immagini catodiche che invadono l'etere, gli occhi e i cervelli saturandoli, e con umorismo acido e surreale che ci rende più facile guardare oltre l'orlo del precipizio, anche se non meno doloroso.


(George Saunders “Nel Paese della Persuasione” 2010 Minimum Fax)

domenica 8 giugno 2014

Progetto Gutenberg

Vi segnalo "Project Gutenberg", un sito che rende disponibili gratuitamente molti ebook, in diversi formati e anche in testo semplice, che potete leggere ed eventualmente stampare se, come me, vedete l'ebook reader come un oggetto del demonio...
Trovate il sito QUI

domenica 1 giugno 2014

Letture in corso

John Cheever
Mi rendo conto che dallo scorso gennaio non pubblico una recensione su questo blog. Il motivo non sono gli impegni, pur tanti, ma la lettura. Mi sto infatti cimentando in due imprese piuttosto corpose. Proprio a gennaio ho iniziato a leggere "Il Petalo Cremisi e il Bianco", di Michel Faber, un'appassionante cavalcata nella Londra vittoriana che -pur nella perfezione della ricostruzione di paesaggi, usi, società e bigottismo- proprio verso quel mondo è anche molto ironica. Da ragazzina, quando scoprii Oscar Wilde, Kipling, Stevenson, Conan Doyle, vedevo l'800 inglese come un'epoca avventurosa e favolistica. Questo libro cauterizza le mie fantasie infantili e mostra come realmente doveva essere la vita. C'è però un problema, il libro non è mio ma del Pizza, noto per la sua maniacalità nella scelta di volumi perfetti senza graffi in copertina o minuscole orecchiette nelle pagine. Ovvio quindi che non mi porti appresso Il Petalo in metrò e a scuola. Al suo posto mi accompagna l'altrettanto enorme volume di racconti di John Cheever edito da Feltrinelli. Una raccolta veramente fantastica, affascinante, il mio primo incontro con questo scrittore estremamente ironico e capace, che descrive l'America e gli americani con tratti leggeri, a volte quasi impalpabili, ma che restituiscono al lettore un'immagine limpida. Non so quale dei due libri finirò per primo, in ogni caso scrivere le recensioni di questi libri sarà appassionante.
Michel Faber