lunedì 8 aprile 2013
martedì 2 aprile 2013
A piedi nudi nel fango: "The hungry tide", Amitav Ghosh
Quando devo giudicare l'opera di un
artista (scrittore, pittore etc.) non occidentale sono un po' in
difficoltà. Nonostante la globalizzazione e la diffusione degli
stili di vita del mondo occidentale la cultura
profonda di un paese continua fortunatamente ad influenzare le arti
nella loro struttura profonda e solo conoscendola, almeno in parte,
si possono capire determinate strategie e scelte artistiche. La mia
conoscenza dell'India è limitata alla lettura dei “Libri della
Jungla” di Kipling, "A Tiger for Malgudi" di Narayan, “I figli della
mezzanotte” di Rushdie, la frequentazione di qualche spettacolo di
danza e canto. Quindi prendete il mio giudizio con le pinze, potrebbe essermi sfuggito qualcosa di fondamentale.
La scrittura è pedante nella sua precisa descrizione di ogni cosa, dalla stoffa a scacchi che Fokir tiene nella sua barca con vari usi, ai delfini, all'arrivo di un ciclone, alla maniera in cui sono riportati dati scientifici e storici che sfiora il nozionismo puro. Lo scrittore lascia poco o niente all'immaginazione del lettore, che si sente sempre guidato da un accompagnatore pignolo e zelante preoccupato di mostrare tutto ciò che c'è sul programma della gita, imponendo la propria visione. Impossibile sgarrare, non è permesso astrarsi e fantasticare. Vi è anche un'eccessiva auto indulgenza nella conservazione di tanti episodi (e tante pagine) che nulla aggiungono alla storia, ma che allungano un brodo già abbastanza abbondante. Tanto per fare un esempio, la descrizione di come Piya si è procurata il binocolo con cui perlustra il fiume è per il lettor etanto lunga quanto inutile. L'idea di fondo che ogni cosa sia collegata e contribuisca alla realizzazione di un grande quadro è affascinante, ma personalmente ho trovato talvolta oscuri i motivi per i quali alcune informazioni ci vengono fornite.
Amitav Ghosh è diventato molto noto
negli ultimi anni grazie alla trilogia
della Ibis, iniziata con la pubblicazione del corposo
“Mare di papaveri”. Personalmente ho un (deprecabile) pregiudizio
nei confronti dei libri molto lunghi (i "mattoni"), sono intimamente convinta che
per quanto bene possano iniziare, verso la metà della storia
l'ispirazione dello scrittore si appannerà e io mi annoierò. L'esperienza folgorante di un libro corposo com “Le
correzioni”di Johnatan Franzen e le entusiastiche recensioni della trilogia della
Ibis avevano creato in me notevoli aspettative rispetto a “The
hungry tide”. Mi immaginavo immersa in una narrazione affascinante, visionaria, quasi mistica, in cui il fiume diventava un simbolo di vita e di magia.
Il sesto romanzo di Ghosh, tradotto in
Italia col titolo di “Il paese delle maree” è ambientato nel
Sundabaran, nel Golfo del Bengala, dove le maree che si mescolano
all'acqua del fiume creano e modificano continuamente il paesaggio.
Piya è una cetologa i cui genitori sono emigrati dall'India negli
Stati Uniti, ed è arrivata in questa parte del mondo per studiare
l'Orcaella, un delfino di fiume. Incontra su un treno Kanai, un
traduttore di Kolkata, che si sta recando a Lusibari, una delle isole
del Golfo, da una sua anziana zia, la quale ha trovato un taccuino del
defunto marito destinato a lui. Per entrambi i protagonisti le cose
non andranno come avevano inizialmente pensato e si ritroveranno a
Lusibari.
Nonostante abbia riassunto in
pochissime righe la trama, la storia è piuttosto complessa, e dal
primo incontro tra Piya e Kanai inizia a dipanarsi in tutte le
direzioni, sia fisiche che temporali, inglobando le loro vicende
personali, la storia dell'India, le sue complesse tradizioni, le
questioni molto attuali che contrappongono lo sviluppo economico (che
per gran parte della popolazione indiana corrisponde ancora oggi alla
sopravvivenza) e la conservazione dell'ambiente, fino a
considerazioni politiche. I personaggi sono archetipi portatori di
queste contrapposizioni: Piya vuole difendere l'ambiente e gli
animali, ma non ha mai vissuto in India, non ne conosce che in parte
le tradizioni e la cultura e non è consapevole del fatto che per buona parte dei suoi abitanti la natura è spesso un nemico. Kanai
è d'altronde immagine dell'India moderna e rampante che
dell'occidente ha assunto i costumi e sfrutta il lato commerciale,
cercando d'ignorare -pur conoscendoli- i modi di vita tradizionali
dei suoi conterranei rappresentati da Fokir, un pescatore analfabeta,
più giovane di Kanai che rifiuta la sua amicizia e stabilirà invece
un legame profondo con Piya, con la quale si capisce solo a gesti.
Anche Mashima e Nirmal, gli zii di Kanai, portano la contrapposizione
tra la concretezza della vita, anche politica, disposta ad accettare
dei compromessi e l'idealismo (incorruttibile) delle teorie.
Questa ricchezza di temi si riflette nella struttura narrativa stratificata a diversi livelli: su
tutti domina il narratore onnisciente, al quale si affianca per gran
parte del romanzo la narrazione in prima persona del diario di
Nirmal, un lungo flashback sulla storia del Sundabaran in cui sono
inseriti molti versi di Rainer Maria Rilke che forniscono
un'ulteriore lettura degli eventi passati e presenti; Bonbibi,
divinità Hindu delle foreste è invocata più volte, e la sua
battaglia contro il demone Dakkhin Rai raccontata con una recita e
poi con una sorta di poema, cui si aggiungono una corposa quantità
di nozioni di cetologia e geologia. La stessa presenza di Fokir
trasforma l'azione e la prosa: quando lui e Piya sono insieme da soli la
narrazione diventa visiva, quando i personaggi hanno una
lingua comune, naturalmente il racconto passa attraverso discussioni
e digressioni concettuali. Ghosh controlla con abilità questa
quantità consistente di materiali e di tecniche, non lascia capitoli
aperti inutilmente e tira le fila di ogni episodio. Conosce alla
perfezione la teoria del romanzo e si muove senza apparenti
difficoltà attraverso l'architettura immaginifica della sua
creazione. Predilige la narrazione in terza persona e spesso rinuncia
al discorso diretto anche quando sembrerebbe la soluzione più
logica, che contribuirebbe ad alleggerire la narrazione stessa ed a
farci conoscere meglio i personaggi.
In realtà è questo un punto
debole dell'opera: con l'eccezione di Fokir -del quale sappiamo
pochissimo e che pure riusciamo a comprendere- le personalità
dei protagonisti non emergono in modo convincente. Piya e Kanai sono
solo simboli: il loro rapporto, le ferite che portano dal passato, il
modo in cui lui s'innamora di lei sembrano decisi a tavolino; i particolari personali sembrano aggiunti per rendere questo matrimonio combinato digeribile ad un pubblico occidentale. Non è un caso che caso tutte le contrapposizioni illustrate sopra siano incarnate dai poli di genere (uomo-donna), c'è un disegno molto
consapevole.
La scrittura è pedante nella sua precisa descrizione di ogni cosa, dalla stoffa a scacchi che Fokir tiene nella sua barca con vari usi, ai delfini, all'arrivo di un ciclone, alla maniera in cui sono riportati dati scientifici e storici che sfiora il nozionismo puro. Lo scrittore lascia poco o niente all'immaginazione del lettore, che si sente sempre guidato da un accompagnatore pignolo e zelante preoccupato di mostrare tutto ciò che c'è sul programma della gita, imponendo la propria visione. Impossibile sgarrare, non è permesso astrarsi e fantasticare. Vi è anche un'eccessiva auto indulgenza nella conservazione di tanti episodi (e tante pagine) che nulla aggiungono alla storia, ma che allungano un brodo già abbastanza abbondante. Tanto per fare un esempio, la descrizione di come Piya si è procurata il binocolo con cui perlustra il fiume è per il lettor etanto lunga quanto inutile. L'idea di fondo che ogni cosa sia collegata e contribuisca alla realizzazione di un grande quadro è affascinante, ma personalmente ho trovato talvolta oscuri i motivi per i quali alcune informazioni ci vengono fornite.
Non posso dire che il libro non mi sia
piaciuto, ma neanche che mi abbia entusiasmato. In quattrocento
pagine scritte in corpo 10 o 11 il climax e l'anti-climax sono
praticamente assenti: forse anche questa è una strategia culturale,
che rifiuta i picchi e crede nello scorrere continuo degli eventi,
nella continua trasformazione o ancora una volta lo scrittore prende
prepotentemente il timone e ci priva di ogni vera emozione.
L'impressione che ho ricevuto è quella di un autore estremamente
consapevole della propria abilità e delle cose che vuole dire, ma
assorbito com'è dal suo disegno filosofico non riesce o non vuole
arrivare ai sensi, al cuore dei personaggi e delle situazioni.
Perfino la bellezza e la magia del fiume vengono soffocate, lo
scrittore preferisce indagarlo come uno scienziato o come uno
storico, piuttosto che osservarlo come un poeta o un pescatore.
La letteratura non è fatta solo di
testa, ma anche di pancia: di quest'ultima in "The hungry tide" ce n'è ben poca.
(Amitav Ghosh, "The hungry tide", 2005 Mariner Books; edito in Italia come "Il paese delle maree" Neri Pozza Editore)
(Amitav Ghosh, "The hungry tide", 2005 Mariner Books; edito in Italia come "Il paese delle maree" Neri Pozza Editore)
sabato 30 marzo 2013
Liebster Award parte seconda
Ben due nomination per il Liebster Award, fantastico! E quella del blog Lafolle+Jumbolo+Alessio è particolarmente lusinghiera visto che Jumbolo, il blogger che mi ha premiato, al contrario di Monty non mi conosce nemmeno. Quindi, WOW.
Visto che ho già scritto undici cose su di me, citato i blog che avrei premiato e prodotto undici domande per i relativi blogger, mi limiterò all'essenziale, cioè i punti 1 e 2 della lista che trovate nel post precedente:
1) Ringraziare chi mi ha premiato
Grazie Jumbolo! Non pensavo che leggessi il mio blog, tanto meno che ti piacesse. Grazie davvero.
2) Rispondere alle domande di chi mi ha premiato
1) Viaggio mai fatto ma molto desiderato
Mongolia e Russia
2) Libro preferito
Uno solo?! Non è possibile! "Mattatoio 5", "Huckleberry Finn", "Le sirene di Titano"...
3) Città preferita
Immagino tu intenda sulla Terra. Anche qui, impossibile sceglierne una: Atene, Lisbona...
4) Film preferito
Nessun dubbio, "Apocalypse Now"
5) Squadra del cuore (una qualsiasi, di qualsiasi sport)
Sportivamente atea, se costretta sceglierei la nazionale greca, per qualunque sport
6) Serie Tv preferita
Starsky e Hutch; in tempi più recenti Life on Mars
7) Nazione dove vorresti espatriare
Preferirei cambiare pianeta
8) Pratica sessuale preferita
Perchè, ce n'è più d'una?
9) Infradito o ciabatte a fascia?
Infradito, perbacco!
10) Pizza o mandolino?
Perchè scegliere?
11) Disco da portare sull'isola deserta
Se fossi sull'isola deserta non avrei bisogno di dischi, mi basterebbero i suoni del mare e della natura
Ecco fatto! Ringrazio ancora copiosamente Jumbolo e Monty per la citazione!
Visto che ho già scritto undici cose su di me, citato i blog che avrei premiato e prodotto undici domande per i relativi blogger, mi limiterò all'essenziale, cioè i punti 1 e 2 della lista che trovate nel post precedente:
1) Ringraziare chi mi ha premiato
Grazie Jumbolo! Non pensavo che leggessi il mio blog, tanto meno che ti piacesse. Grazie davvero.
2) Rispondere alle domande di chi mi ha premiato
1) Viaggio mai fatto ma molto desiderato
Mongolia e Russia
2) Libro preferito
Uno solo?! Non è possibile! "Mattatoio 5", "Huckleberry Finn", "Le sirene di Titano"...
3) Città preferita
Immagino tu intenda sulla Terra. Anche qui, impossibile sceglierne una: Atene, Lisbona...
4) Film preferito
Nessun dubbio, "Apocalypse Now"
5) Squadra del cuore (una qualsiasi, di qualsiasi sport)
Sportivamente atea, se costretta sceglierei la nazionale greca, per qualunque sport
6) Serie Tv preferita
Starsky e Hutch; in tempi più recenti Life on Mars
7) Nazione dove vorresti espatriare
Preferirei cambiare pianeta
8) Pratica sessuale preferita
Perchè, ce n'è più d'una?
9) Infradito o ciabatte a fascia?
Infradito, perbacco!
10) Pizza o mandolino?
Perchè scegliere?
11) Disco da portare sull'isola deserta
Se fossi sull'isola deserta non avrei bisogno di dischi, mi basterebbero i suoni del mare e della natura
Ecco fatto! Ringrazio ancora copiosamente Jumbolo e Monty per la citazione!
Liebster Award
Stamattina ricevo un commento di Monty, collega blogger di Bottle of smoke, il quale magnanimamente mi ha premiata, da sola con questo blog ed in coppia con Ciambella per Doppiaazione al Liebster Award, un premio che serve a far conoscere blogs con meno di 200 followers. Le Sirene di Titano ci casca a pennello. Ma, noblesse oblige, tale citazione ha un prezzo. Infatti, chi venga premiato entra in un meccanismo per il quale deve fare poi le seguenti penitenze (copincollate di peso dal blog di Monty):
1)ringraziare chi mi ha assegnato il premio citandolo nel post
2) rispondere alle undici domande poste dal blog che mi ha premiata
3) scrivere undici cose su di me
4) premiare undici blog che hanno meno di 200 followers
5) formulare altre undici domande a cui dovranno rispondere gli altri blogger
6) informare i blog del premio.
Ok, partiamo.
1) Ringraziare:
Denghiù Monty, Denghiù.
2) Rispondere alle domande poste da chi mi ha premiato:
2) con quale personaggio letterario/cinematografico ti identifichi?
3) qual'è il tuo peggior difetto (e non fate i furbi con risposte del tipo: "sono troppo buono/a, eh")?
4) cosa ti aspetti dagli altri?
5) perchè un blog nell'era di facebook e twitter?
6) da uno a dieci, che priorità dai nella tua giornata all'aggiornamento del blog?
7) da uno a dieci, quanto ti piaci?
9) il tuo disco più preferito
10) la sliding door più importante della tua vita è stata quella volta che...
11) chiediti se sei felice e datti una risposta
1)ringraziare chi mi ha assegnato il premio citandolo nel post
2) rispondere alle undici domande poste dal blog che mi ha premiata
3) scrivere undici cose su di me
4) premiare undici blog che hanno meno di 200 followers
5) formulare altre undici domande a cui dovranno rispondere gli altri blogger
6) informare i blog del premio.
Ok, partiamo.
1) Ringraziare:
Denghiù Monty, Denghiù.
2) Rispondere alle domande poste da chi mi ha premiato:
1)
se potesti tornare indietro nel tempo con ciò che sai ora, come
impiegheresti questa esperienza?
Perderei meno tempo e andrei dritta al bersaglio
2) con quale personaggio letterario/cinematografico ti identifichi?
Billy Pilgrim, Simon Konianski
3) qual'è il tuo peggior difetto (e non fate i furbi con risposte del tipo: "sono troppo buono/a, eh")?
Mancanza di coraggio di fare solo quello che mi piace
4) cosa ti aspetti dagli altri?
Quello che mi aspetto da me stessa
5) perchè un blog nell'era di facebook e twitter?
Sono tre cose diverse, non paragonabili
6) da uno a dieci, che priorità dai nella tua giornata all'aggiornamento del blog?
Monty, ancora con 'sta storia del "da uno a dieci"? Otto, ma poi l'aggiorno quando ho tempo...
7) da uno a dieci, quanto ti piaci?
Monty, quanto "Marie Claire" hai letto ultimamente? A volte dieci a volte zero...
8)
l'evento che non ti sei mai perdonato di aver perso
La rivoluzione francese
9) il tuo disco più preferito
Non saprei il titolo, ma l'autore sì: Bob Dylan
10) la sliding door più importante della tua vita è stata quella volta che...
Nessuna sliding door nella mia vita
11) chiediti se sei felice e datti una risposta
Fatto
Santo cielo, siamo solo al punto 3? Cos'era? Ah, sì...
3) Undici cose di me:
1) Adoro il fritto
2) Odio viaggiare ma vorrei andare in Mongolia e Russia
3) Non ce la faccio a fregarmene
4) Il mio primo pensiero del mattino è: "Oggi pomeriggio posso fare il pisolino?"
5) Nonostante la raggiunta maggiore età ho degli inquietanti lati adolescenziali
6) Se dovessi dire sempre quello che penso, litigherei con più gente di quanto già non
faccia ora
7) Ci provo, ma ancora non ci riesco
8) Voglio leggere e scrivere libri
9) Vorrei vivere in una casa come quella di "Le balene d'agosto"
10)Sono esagerata, ma poi me la faccio sotto
11) In realtà non sono umana, vengo da Sirio 9
4) Premiare undici blog con meno di 200 followers:
Questo è un pò difficile...In realtà non leggo così tanti blogs...metto in ordine assolutamente casuale quelli che mi vengono in mente, che sono poi quelli che seguo.
1) IvanToropey
2) Kanonenfrau
3) Il teorema di Dionea
4) Il bicchiere della staffa
5) London Calling
6) Segnali di comunicazione
Avrei voluto mettere "Un garage pieno di libri" ma ha già 218 follower...
E poi non me ne vengono più, semmai li aggiungo più in là. Dove siamo? Punto 5, ovvero:
5) Undici domande per gli altri blogger
1) Hai letto "Mattatoio 5" di Kurt Vonnegut?
2) Approssimativamente, quando finirà il mondo?
3) Hai un amico/a immaginario? Se sì, come si chiama? Lui/lei ha letto "Mattatoio 5"?
4) Se non fossi nato dove sei nato, di quale nazionalità avresti voluto essere?
5) Una cosa che ti riesce veramente bene e lo sai (e non fare il modesto, la modestia è vanità)
6) Se dovessi rinascere vorresti cambiare stato materico? Se sì, vorresti essere liquido o gassoso?
7) Il tuo scrittore/scrittrice preferito
8) Onestamente, pensi di essere sempre nel giusto?
9) Un personaggio dei libri che avresti voluto essere
10) Una cosa che vuoi fare a tutti i costi prima della luce viola (se non hai letto "Mattatoio 5" fallo
ora)
11)Un tuo sogno che si è avverato e uno che non si è avverato
Ecco fatto. Non resta che comunicare ai fortunati la loro nomination...
3) Il teorema di Dionea
4) Il bicchiere della staffa
5) London Calling
6) Segnali di comunicazione
Avrei voluto mettere "Un garage pieno di libri" ma ha già 218 follower...
E poi non me ne vengono più, semmai li aggiungo più in là. Dove siamo? Punto 5, ovvero:
5) Undici domande per gli altri blogger
1) Hai letto "Mattatoio 5" di Kurt Vonnegut?
2) Approssimativamente, quando finirà il mondo?
3) Hai un amico/a immaginario? Se sì, come si chiama? Lui/lei ha letto "Mattatoio 5"?
4) Se non fossi nato dove sei nato, di quale nazionalità avresti voluto essere?
5) Una cosa che ti riesce veramente bene e lo sai (e non fare il modesto, la modestia è vanità)
6) Se dovessi rinascere vorresti cambiare stato materico? Se sì, vorresti essere liquido o gassoso?
7) Il tuo scrittore/scrittrice preferito
8) Onestamente, pensi di essere sempre nel giusto?
9) Un personaggio dei libri che avresti voluto essere
10) Una cosa che vuoi fare a tutti i costi prima della luce viola (se non hai letto "Mattatoio 5" fallo
ora)
11)Un tuo sogno che si è avverato e uno che non si è avverato
Ecco fatto. Non resta che comunicare ai fortunati la loro nomination...
domenica 10 febbraio 2013
Letture miste
Che i libri accompagnino i nostri stati d'animo e le nostre vicende personali è una banalità. Tuttavia, in questi giorni di confusione e depressione, mi sono resa conto che anche le mie letture sembrano seguire una linea spezzata e schizofrenica. In altre parole, mi sono resa conto che nei periodi in cui reggo bene allo stress ed ai problemi ho anche un bel libro, uno solo, ad attendermi e farmi compagnia, mentre a momenti carichi di frustrazione corrispondono anche letture frammentate e insoddisfacenti.
Ho iniziato il 2013 leggendo "The day of the triffids" di John Wyndham, un classico della fantascienza inglese degli anni cinquanta. Ci ho messo tantissimo a finirlo considerato che non supera le duecento pagine di lunghezza, e alla fine mi sono trovata delusa, tanto che non ne ho nemmeno scritta la recensione. Riassumendo i motivi del mio giudizio negativo: l'idea, il seme da cui parte la storia è brillante, geniale e ha portato nel tempo a molteplici letture che vanno dalla critica al modo in cui l'uomo sfrutta la natura, al timore delle guerre tecnologiche che si combattono (o si combattevano) nello spazio sopra la terra le cui conseguenze ultime non sono mai totalmente sotto controllo. Le prime pagine, col risveglio del protagonista in un mondo di ciechi e la sua avventura londinese alla ricerca di cibo, fino all'incontro con la giovane Josella sono abbastanza appassionanti, e fanno ben sperare. Successivamente però il nucleo narrativo perde forza e compattezza, e l'obiettivo dichiarato del protagonista di ritrovare la sua amata risulta una debole motivazione per seguirlo in un viaggio abbastanza noioso, durante il quale egli si rivela una semplice funzione di personaggio ed i poveri trifidi nient'altro che una pericolosa scenografia.
Lasciatomi alle spalle con un certo sollievo Jonh Windham mi sono buttata su "The Hungry Tide" di Amitav Ghosh, scrittore indiano che gode di ottime critiche. Il mio docente di letteratura inglese ha inserito proprio questo titolo nel programma dell'esame universitario che devo sostenere quest'anno. Gli scrittori indiani mi affascinano e quel poco che ho letto di Salman Rushdie e Narayan mi aveva entusiasmata. Purtroppo Ghosh per ora mi sta deludendo e annoiando. A differenza dei suoi colleghi egli sembra non essere interessato a trasmettere (almeno, non in questo libro) la magia della cultura indiana, delle leggende, delle filosofie del suo paese, che nonostante la sua durezza lo rendono comunque affascinante. Nè si dimostra interessato ad approfondirne i temi sociali che pure sono molto seri ed articolati. Nel libro è descritto un luogo dominato dal fiume -che dovrebbe essere molto evocativo- ma non sembra in grado di farne nulla. Penso al fiume di "Huckleberry Finn", di "Cuore di Tenebra", de "Il terrore corre sul fiume", in questi libri è magico, simbolico, archetipico. Nel romanzo di Ghosh non è niente di questo. Anche in questo caso la partenza non è male, i due protagonisti sembrano offrire spunti interessanti per futuri sviluppi, anche sentimentali; poi è come se tutto si fermasse e i loro caratteri rimangono appena abbozzati. Una recensione che ho letto su internet sottolinea come per la descrizione di un pezzo di stoffa di uso piuttosto comunque in India, Ghosh utilizzi la bellezza di 400 parole, mentre personalmente posso dirvi che leggere quattro o cinque pagine di descrizione di un cannocchiale professionale e di come la protagonista lo abbia scelto ed acquistato mi ricorda di quando tradussi un romanzo Harmony in cui la scrittrice, per allungare il brodo insipido del suo racconto, aveva copiato dall'Enciclopedia Britannica una serie di pedanti descrizioni della flora e della fauna australiane, generando una serie di pagine totalmente inutili ai fini della storia. D'accordo, anche Dostojevsky partiva per la tangente qualche volta, ma era Dostojevsky e forse le sue digressioni erano più interessanti della stoffa a scacchi e dei cannocchiali professionali.
Mentre mi sottopongo a "The Hungry Tide" decido di darmi respiro con "Ieri" di Agotha Kristof, che certamente ha uno stile più consono al mio attuale stato d'animo e ben altro valore letterario. Il problema è che è così triste che mi deprimo ancora di più.
Stamattina ho preso in mano "Open", l'autobiografia di Andre Agassi consigliata anche da persone interessate alla letteratura più che al tennis. E' l'ennesima scappatoia dal libro di Ghosh, e spero mi tenga a galla mentre lo finisco, visto che per dare l'esame devo leggerlo tutto. Vi terrò informati sugli sviluppi.
mercoledì 23 gennaio 2013
Questione di finale
Una sera, la settimana prima di Natale, eravamo a casa
del Pizza e io e lui abbiamo iniziato una delle nostre alte
disquisizioni letterarie post cena, tema il finale. Notavo
come alcuni libri che partono bene e proseguono benissimo hanno dei
finali deludenti, ed ho citato “La musica del caso” di Paul
Auster come esempio: una storia interessante, ben scritta,
che però finisce improvvisamente e senza motivo con un incidente stradale. Un trucco, una facile scappatoia, come interrompere la scena di un
tentato suicidio con una telefonata. Anche la vicenda terrestre di Isserley, protagonista di “Sotto la pelle”
s'interrompe bruscamente con un incidente, ma se il personaggio di Michel Faber (che già
aveva chiuso “A voce nuda” in abbastanza brutalmente) è tragico e sappiamo
che difficilmente se la caverà con un lieto fine, la conclusione di Auster
mi fa pensare allo scrittore che molla il colpo perchè si è stufato
di quella storia o ha di meglio da fare che arrovellarsi su una
conclusione degna o viene pressato dall'editore per consegnare al più
presto il manoscritto.
Il Pizza dal canto suo dice che con l'eccezione
dei gialli e dei libri costruiti su misteri da risolvere, il finale
non è per lui importante come un buon inizio o lo svolgimento di una storia. Posso dargli ragione, almeno in parte:
specialmente se ci si cimenta in letture corpose, tipo “Guerra e
Pace” o “Il petalo bianco e il cremisi”, quando si arriva
alla conclusione probabilmente il finale non ha più tanta
importanza.
“Le correzioni” di Jonathan Franzen (un volume abbastanza corposo) ha un finale lungo che ci racconta cosa accade
dopo l'evento culminante, atteso per tutto il libro, accompagnandoci
dolcemente verso l'ultima pagina. Niente scossoni, niente colpi di scena
epocali, la vita dei personaggi proseguirà dopo che noi saremo
arrivati al termine.
Un
finale ben costruito o a sorpresa sembra più indispensabile nei racconti e romanzi
brevi. Quando lessi “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane
Austen,ero presissima dalla storia, ma nel momento in cui diventa
chiaro che Darcy ed Elizabeth si sposeranno, le ulteriori pagine di spiegazione di come si riaggiustano tutti i conflitti, mi parvero noiose. A pensarci bene, se la
Austen avesse voluto scrivere una conclusione veramente d'impatto
(anche se forse i suoi contemporanei non l'avrebbero gradita),
avrebbe potuto lasciare i suoi eroi sospesi nel mezzo del loro
ricongiungimento, facendoci solo immaginare quello che sarebbe
successo in seguito.
Tornando alla letteratura
contemporanea, in libri come “La
cena” di Herman Koch il finale è costruito passo passo attraverso
la narrazione, riusciamo ad immaginarcelo, ma quando effettivamente
si materializza lo troviamo
comunque sconvolgente e non riusciamo a lasciare il libro finchè non
siamo proprio all'ultima parola.
Alcuni scrittori
partono dalla fine per raccontare la storia a ritroso e l'interesse
del lettore è scoprire cosa ha portato a questo finale. Più rari
sono i casi in cui il finale viene ripetutamente svelato senza
incidere sull'interesse della storia. Uno, forse l'unico, certamente
geniale, è “Mattatoio 5”. La storia di Billy Pilgrim si può
rappresentare con il simbolo dell'infinito, si reitera continuamente
dall'inizio alla fine e viceversa e con montaggi incrociati che
destrutturano completamente il senso del tempo e danno il senso che
tutto stia accadendo contemporaneamente. Sappiamo praticamente da
subito quale sarà il destino del protagonista, come e quando morirà,
eppure continuiamo a seguire la storia. Il romanzo di Kurt Vonnegut è
un esempio di scrittura circolare, quindi il finale è un'entità
decisamente relativa, visto che tutto finisce e ricomincia
continuamente.
Ha sicuramente
ragione Pizza quando dice che i finali sono comunque limitati
rispetto agli incipit ed agli svolgimenti, ma comunque un finale ci
vuole. E' nell'economia del libro. Il finale è forse un bisogno più
psicologico che una necessità narrativa. Forse la storia può vivere
con un brutto finale o addirittura senza, ma il lettore, almeno io,
ha bisogno di una conclusione che lo riporti nel mondo in modo
coerente. E se non sono certa che un finale sorprendente, per astuzia
o fantasia, possa migliorare un libro così così, una conclusione da
poco è deprimente, come un paio di scarpe impolverate portate su un
vestito costosissimo e alla moda. Insomma, lo scrittore deve
mantenere la concentrazione fino alla fine.
Da un pò di tempo non m'imbatto nel finale aperto. Lo scrittore può evitare di dare una
chiusura definitiva alla storia, di scegliere il destino dei suoi
personaggi e lasciarlo intuire e determinare ai lettori. E' una
tecnica molto fruttuosa in termini di commenti e discussioni (anche
se leggendo alcuni forum pare di capire non sia gradita a tutti), e
l'industria dei libri a puntate lasciando in sospeso la conclusione
prepara il lettore al prossimo acquisto. E' interessante notare che
nelle pubblicazioni contemporanee la parola “Fine” sia stata
soppressa, come se effettivamente il finale avesse perso un po' lo
status solenne dei classici. In letteratura, come al cinema, forse
non esiste più una fine, ma un fluire delle storie e a noi lettori e
spettatori è concesso conoscerne una parte per poter immaginare il
resto, il prima e il dopo. E questo mi porta a pensare agli infiniti
inizi e finali dei sequel e dei prequel, prima unicamente
cinematografici ed oggi, soprattutto nella letteratura legata a
fenomeni come “Guerre Stellari”, oggi sempre più frequenti. C'è
sicuramente un'intenzione commerciale dietro a queste scelte -che
secondo me invadono e annichiliscono alla lunga l'immaginario del
lettore- ma anche un'incapacità del pubblico a staccarsi dai propri
beniamini. Eppure, i personaggi più indimenticabili hanno bisogno di
un finale. Per chiudere un libro e poterne aprire un altro totalmente
diverso, per darci la possibilità di conoscere altri personaggi ed
altri autori, e forse anche per evitare di assistere ad un'eventuale
parabola discendente della narrazione.
Sarebbe
interessante se voi lettori lasciaste nei commenti il vostro finale
preferito, vi invito a farlo. Il mio è quello di “Mattatoio 5”.
Lo estrapolo privandolo volutamente del senso che gli diede Kurt
Vonnegut, perchè a me i finali aperti piacciono, per la possibilità
di essere astratti, subliminali, multidimensionali. Dategli voi il
significato che preferite!
Poo-tee-weet?
martedì 1 gennaio 2013
I migliori
Tra i lettori di questo blog alcuni sono appassionati di classifiche e qualcuno mi ha chiesto, nonostante non sia nelle mie inclinazioni, di farne una personale dei libri migliori che ho letto nel 2012.
Ci ho pensato un pò. Impossibile, proprio non mi riesce. Per non deludere il mio pubblico però, ho fatto una scelta dei quattro libri/autori che più mi hanno emozionata e colpita, e vi ripropongo i titoli e qualche sensazione, mettendoli in ordine sparso, quindi non c'è un primo, un secondo etc. D'altronde trovo che siano scrittori ed opere così diversi tra loro che sia impossibile paragonarli. Se cliccate sul titolo potete leggere la recensione scritta subito dopo aver letto il libro, chissà se nel frattempo ho cambiato idea su qualcosa. Buona lettura, Buon 2013!!
Alan Bennett, "La Signora nel Furgone" e "La Sovrana Lettrice". La mia formazione letteraria è di stampo anglosassone, ho iniziato coi romanzi di avventura di Stevenson e Kipling, proseguito con Oscar Wilde, Conan Doyle e i narratori horror ottocenteschi, qualche autore anglo-indiano (Rushdie, Narayan), ma dopo gli anni ottanta, la new wave degli scrittori dell'ecstasy e delle paranoie post adolescenziali mi ha un pò disamorata della letteratura del Regno Unito. Nick Hornby in particolare mi sembra molto sopravvalutato. Ma Alan Bennett è grandioso, acuto, divertente, scrive libri brevi ma succosi e non si limita ad osservare con l'occhio cinico dell'intellettuale distaccato, partecipa alla vita al punto di tenere nel proprio giardino per quasi vent'anni il furgone di una barbona per proteggerla dai vandali e raccontarne la storia con humour e tenerezza. Quando sono triste Alan Bennett mi consola.
Agotha Kristoff, "Trilogia della città di K". Ecco una vera scoperta del 2012. Erano anni che vedevo girare questo libro nelle mani di sconosciuti, ma non avevo la minima idea di cosa si trattasse. Poi un'amica me lo ha regalato. Non la ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto conoscere quest' autrice incredibile, che con materiale limitatissimo (un tempo verbale, frasi brevi, pura descrizione dei fatti) è riuscita a raccontare l'invisibile agli occhi, la solitudine più profonda, il dolore che non si cancella mai, che cambia il cuore. Un libro durissimo, ci vorrà molta forza per leggerlo e non abbandonarlo, perchè a volte fa veramente male, ma sarete ripagati.
Dino Buzzati, "La Boutique del Mistero". Altra scoperta tardiva, ma almeno ci sono arrivata. Buzzati riusciva a dare forma all'inquietudine del quotidiano, a vedere l'ignoto dietro all'apparente banalità della vita, ma anche la favola, il miracolo, l'impossibile che, per chi ci crede, diventa realtà. Era nato a Belluno, ma lavorò e visse moltissimi anni a Milano, e la città si sente, si respira nei suoi racconti anche oggi che è tanto cambiata e non sembra aver più alcun legame con quella degli anni '50 e '60. Invece è ancora lì, nascosta in un angolo e pronta a saltarci alla gola, meno male. Mi sono appena regalata un cofanetto di due volumi di suoi racconti...
Herman Koch "La Cena". Bellissimo, appassionante, agghiacciante. Tutti siamo capaci di qualunque cosa. Per ciò che amiamo veramente saremmo disposti ad annullare tutto quello che abbiamo sempre pensato di essere. Dentro ogni uomo ed ogni donna moderni, borghesi, educati e ben vestiti, dietro ogni sorriso ed ogni convenzione sociale si nasconde un piccolo Neanderthal pronto a scattare e a difendere il suo territorio nella maniera più brutale. A dispetto di qualunque evoluzione. Uno di quei libri che non si riesce a smettere di leggere, ed ogni pagina è un gradino che scendiamo verso il baratro che è dentro di noi.
Ci ho pensato un pò. Impossibile, proprio non mi riesce. Per non deludere il mio pubblico però, ho fatto una scelta dei quattro libri/autori che più mi hanno emozionata e colpita, e vi ripropongo i titoli e qualche sensazione, mettendoli in ordine sparso, quindi non c'è un primo, un secondo etc. D'altronde trovo che siano scrittori ed opere così diversi tra loro che sia impossibile paragonarli. Se cliccate sul titolo potete leggere la recensione scritta subito dopo aver letto il libro, chissà se nel frattempo ho cambiato idea su qualcosa. Buona lettura, Buon 2013!!
Alan Bennett, "La Signora nel Furgone" e "La Sovrana Lettrice". La mia formazione letteraria è di stampo anglosassone, ho iniziato coi romanzi di avventura di Stevenson e Kipling, proseguito con Oscar Wilde, Conan Doyle e i narratori horror ottocenteschi, qualche autore anglo-indiano (Rushdie, Narayan), ma dopo gli anni ottanta, la new wave degli scrittori dell'ecstasy e delle paranoie post adolescenziali mi ha un pò disamorata della letteratura del Regno Unito. Nick Hornby in particolare mi sembra molto sopravvalutato. Ma Alan Bennett è grandioso, acuto, divertente, scrive libri brevi ma succosi e non si limita ad osservare con l'occhio cinico dell'intellettuale distaccato, partecipa alla vita al punto di tenere nel proprio giardino per quasi vent'anni il furgone di una barbona per proteggerla dai vandali e raccontarne la storia con humour e tenerezza. Quando sono triste Alan Bennett mi consola.
Agotha Kristoff, "Trilogia della città di K". Ecco una vera scoperta del 2012. Erano anni che vedevo girare questo libro nelle mani di sconosciuti, ma non avevo la minima idea di cosa si trattasse. Poi un'amica me lo ha regalato. Non la ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto conoscere quest' autrice incredibile, che con materiale limitatissimo (un tempo verbale, frasi brevi, pura descrizione dei fatti) è riuscita a raccontare l'invisibile agli occhi, la solitudine più profonda, il dolore che non si cancella mai, che cambia il cuore. Un libro durissimo, ci vorrà molta forza per leggerlo e non abbandonarlo, perchè a volte fa veramente male, ma sarete ripagati.
Dino Buzzati, "La Boutique del Mistero". Altra scoperta tardiva, ma almeno ci sono arrivata. Buzzati riusciva a dare forma all'inquietudine del quotidiano, a vedere l'ignoto dietro all'apparente banalità della vita, ma anche la favola, il miracolo, l'impossibile che, per chi ci crede, diventa realtà. Era nato a Belluno, ma lavorò e visse moltissimi anni a Milano, e la città si sente, si respira nei suoi racconti anche oggi che è tanto cambiata e non sembra aver più alcun legame con quella degli anni '50 e '60. Invece è ancora lì, nascosta in un angolo e pronta a saltarci alla gola, meno male. Mi sono appena regalata un cofanetto di due volumi di suoi racconti...
Herman Koch "La Cena". Bellissimo, appassionante, agghiacciante. Tutti siamo capaci di qualunque cosa. Per ciò che amiamo veramente saremmo disposti ad annullare tutto quello che abbiamo sempre pensato di essere. Dentro ogni uomo ed ogni donna moderni, borghesi, educati e ben vestiti, dietro ogni sorriso ed ogni convenzione sociale si nasconde un piccolo Neanderthal pronto a scattare e a difendere il suo territorio nella maniera più brutale. A dispetto di qualunque evoluzione. Uno di quei libri che non si riesce a smettere di leggere, ed ogni pagina è un gradino che scendiamo verso il baratro che è dentro di noi.
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